Quousque tandem?

giugno 12, 2010 | Commenti disabilitati

Dalla prima catilinaria il celeberrimo incipit ex abrupto di Cicerone

Cicerone pronucia una delle celebri catilinarie in senato

Cicerone pronucia una delle celebri catilinarie in senato

Così esordiva Marco Tullio Cicerone l’otto novembre del 63 a.C. davanti al Senato romano per denunciare la congiura di Lucio Sergio Catilina “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” ossia: “Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”. E di seguito: “Quanto a lungo ancora codesto tuo furore si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?”.

Questo fu il celebre incipit ex abrubto che segnò la fine della carriera politica e della congiura anti-senatoriale di Catilina.

Catilina aveva quel giorno inviato dei sicari ad uccidere lo stesso Cicerone, ma il piano era fallito e veniva così denunciato davanti ai senatori con uno storico discorso che prese il nome di prima catilinaria.

L’espressione, anche celebre nella versione usque tandem, è rimasta nel linguaggio italiano colto per indicare, in modo elegante, che si sta oltrepassando il limite della sopportazione e per smascherare l’ipocrisia dell’interlocutore.

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Ci vediamo a Filippi!

giugno 3, 2010 | Commenti disabilitati

Le radici di una curiosa espressione della lingua italiana

La morte di Cesare, Vincenzo Camuccini (1798)

La morte di Cesare, Vincenzo Camuccini (1798)

Con l’espressioni “Ci vediamo a Filippi” si intende rinviare l’interlocutore (e nella fattispecie l’avversario) ad uno scontro futuro ma decisivo, una vera e propria resa dei conti. Ancora una volta, l’origine di questo curioso modo di dire affonda le radici nella storia romana.

Dopo l’assasinio di Caio Giulio Cesare, i congiurati guidati da Bruto e Cassio, giunsero allo scontro finale con le legioni guidate dai triumviri Antonio, Lepido e Ottaviano (il futuro imperatore Augusto). La battaglia si svolse appunti a Filippi, città macedone, nel 42 a.C. e terminò con la vittoria dei triumviri e con il suicidio di Bruto e di Cassio.

Nell’opera “Vite parallele” lo storico Plutarco racconta che Bruto alla vigilia della battaglia avesse visto in sogno il fantasma di Cesare che interrogato rispose: “Sono il tuo cattivo demone, Bruto, ci rivedremo a Filippi”. La scena si ritrova in una delle scene più belle della tragedia “Giulio Cesare” di Shakespearethou shalt see me at Philippi” (ci rivedremo a Filippi – atto IV, scena III).

Scopriamo l’origine antica di una espressione comune della lingua italiana.

Muzio Scevola davanti a Porsenna, in un dipinto di Pieter Paul Rubens

Muzio Scevola davanti a Porsenna, in un dipinto di Pieter Paul Rubens

Spesso alcune espressioni utilizzate comunemente nella moderna lingua italiana affondano le radici nella tradizione culturale latina. È questo il caso della celebre espressione “mettere la mano sul fuoco”, che risale ad una leggenda romana che vede protagonista Muzio Cordo, meglio noto con il soprannome di Scevola, (Mucius Scaevola) ossia mancino, proprio per aver sacrificato il braccio destro all’allora Repubblica romana.

Nel 508 a.C. gli Etruschi al comando di Porsenna assediavano Roma per infliggerle il colpo di grazia nella guerra che vedeva contrapposte le due maggiori civiltà dell’Italia del VI secolo a.C. Essendo la città allo stremo delle forze, Muzio Scevola si offrì per effettuare una sortita nel campo nemico ed assassinare Porsenna. Dopo essersi infiltrato nell’accampamento etrusco, riusci a pugnalare quello che si rivelò essere solo lo scriba del comandante, e fu prontamente fatto prigioniero dagli Etruschi. Portato al cospetto di Porsenna, decise di mostrare all’avversario il suo eroismo e punì in maniera plateale il proprio braccio destro che aveva mancato l’obiettivo. Mise allora la mano su un braciere e non la ritirò fino a quando non fu consumata dalle fiamme.

A detta di Tito Livio, che riporta l’episodio nella sua celebre opera storiografica Ab urbe condita, il gesto di Muzio Scevola impressionò tanto gli Etruschi, da convincerli a trattare la pace con un popolo così eroico.

L’episodio è da inquadrare nella propaganda nazionalistica romana, che spesso faceva riferimento a gesti eroici di singolo patrioti per coprire momenti di difficoltà militare e giustificare in maniera onorevole l’esito di conflitti che in realtà li videro sconfitti.

Da allora l’espressione “mettere la mano sul fuoco” indica una assoluta certezza in una affermazione o nella riuscita di una impresa. Paradossalmente deriva proprio da un’episodio in cui tale sicurezza di successo si era rivelata del tutto infondata.

Delenda Carthago!

marzo 10, 2010 | 2 Commenti

Catone il Censore e la fine di Cartagine.

La presa di Cartagine, Giovan Battista Tiepolo, 1729

La presa di Cartagine, Giovan Battista Tiepolo, 1729

Marco Porcio Catone, detto il “Censore” (Cato Censor) per la sua durissima critica ai costumi romani del suo tempo (II secolo a.C.), o anche il “Vecchio” (Cato Maior), per distinguerlo dal pronipote Catone Uticense, fu accanitissimo avversario di Cartagine. La sua maggiore preoccupazione negli anni delle guerre puniche fu di convincere tutti che la garanzia della sopravvivenza per Roma passava per la distruzione del mortale nemico.

Ogni suo discorso, qualunque fosse il tema, qualunque fosse la sede, senato o foro, privata o pubblica, terminava con la medesima frase “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam” che si traduce “Inoltre ritengo che Cartagine debba essere distrutta”.

La frase passa alla storia nella versione abbreviata di “Delenda Carthago” e assurge a simbolo da un lato dell’accanimento romano nel voler annientare ogni resistenza alla loro smania di conquista e domino, dall’altro della determinazione nel compiere un atto essenziale alla propria sopravvivenza.

Per dimostrare che le due potenze navali dell’epoca erano troppo vicine per poter convivere, Catone era solito mostrare un cesto di fichi freschi, notoriamente facilmente deperibili, provenienti da Cartagine. Se erano arrivati intatti a Roma, ciò voleva dire che la distanza dai nemici era intollerabilmente ridotta.

Come si sa i Romani andarono fino in fondo nei loro propositi di sterminio e di quel faro di civiltà del mondo antico che era Cartagine non rimase pietra su pietra. Ma di questo racconteremo in un prossimo articolo.

Tuttavia la figura di Catone il Censore si staglia anche per la sua indefessa attività di fustigatore dei costumi romani. Moralista e censore, conservatore ed antiellenico, egli si battè perché si conservasse lo spirito sobrio dei primi secoli repubblicani.

Chiudiamo con una sua citazione che resta oggi, a distanza di 22 secoli, più attuale che mai:

“I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”

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Vae Victis! – Guai ai vinti!

gennaio 8, 2010 | Commenti disabilitati

La storia della presa di Roma antica nel 390 a.C. ad opera dei Galli.

Le terribili orde galliche alla conquista di Roma nel 390 a.C.

Le terribili orde galliche alla conquista di Roma nel 390 a.C.

Narra lo storico Tito Livio che nel 390 a.C. Roma fu messa a ferro e fuoco dai Galli Sennoni agli ordini del loro condottiero Brenno. Le tribù galliche dei Sennoni, originarie della regione francese della Borgogna, erano migrate verso sud nel 400 a.C. stabilendosi in Romagna e nelle Marche. L’odierna città di Senigallia prende il nome appunto dei Galli Sennoni. Quando i Galli rivolsero le loro mire espansionistiche verso i territori latini, lo scontro con Roma divenne inevitabile. Il Senato mobilitò tutte le forze disponibili ma le legioni romane vennero rovinosamente travolte presso il fiume Allia.

Brenno entrò in una Roma allo sbando dove solo i senatori erano rimasti a presidire le istituzioni repubblicane e una piccola guarnigione difendeva il Campidoglio. I senatori furono trucidati mentre la guarnigione di legionari riuscì a respingere l’assalto notturno dei Galli in quanto, così riferisce la leggenda, svegliati dalle oche guardiane del Campidoglio, sacre alla dea Giunone.

L’azione di Brenno aveva carattere di razzia e non di dominio a lungo termine per cui fu stabilito che la città sarebbe stata liberata dietro pagamento di un riscatto da misurarsi in 1000 libbre d’oro. Ai romani che protestavano per la bilancia truccata usata dai Galli, Brenno rispose lanciando la sua spada sul piatto di contrappesi e gridando la celebre frase “Vae victis!” ossia “Guai ai vinti!”.

Da allora l’espressione rimase simbolo dei soprusi perpetrati dai vincitori sugli sconfitti.

Da quella data per i succesivi 800 anni Roma non vide piede nemico sul suo sacro suolo, fino al terribile Sacco di Roma del 410. d.C. ad opera dei barbari Visigoti di Alarico. I Galli di Brenno furono inseguiti e sconfitti dalle legioni nel frattempo reclutate in tutta fretta dal generale Marco Furio Camillo, deciso a liberare la Patria non con l’oro del riscatto ma con il ferro della spada: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”.

I Romani non si dettero pace fino a che l’onta non fu definitivamente cancellata con l’annientamento della nazione gallica ad opera di Caio Giulio Cesare nel I secolo a.C.

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Annus 2763 ab Urbe condita

gennaio 1, 2010 | Commenti disabilitati

L’anno 2010 sarebbe il 2763 dalla fondazione di Roma.

Pagina di una antica edizione di "Ab Urbe condita", opera storigrafica di Tito Livio

Antica edizione di Ab Urbe condita

Nell’anno 27 a.C. lo storico romano Tito Livio scriveva la sua opera magna, la storia di Roma dalle origini fino ai suoi tempi. Il piano dell’opera prevedeva 142 libri, solo 35 dei quali ci sono pervenuti.

L’opera presenta un valore limitato dal punto di vista storiografico perché lo storico non va alla ricerca di documenti ma si affida spesso a miti e leggende per raccontare, e spesso abbellire, gli eventi della storia romana.

Il titolo dell’opera, “Ab Urbe condita” (dalla fondazione della Città), riflette una tipica usanza latina per il calcolo degli anni, ossia a partire dalla nascita di Roma. Va tuttavia precisato che negli atti ufficiali del periodo repubblicano si faceva riferimento al console in carica per collocare temporalmente un evento. L’espressione ab Urbe condita era tuttavia usata comunemente e divenne un classico della propaganda di regime durante l’età imperiale.

Poiché la data della fondazione di Roma viene comunemente fissata nel 753 a.C. si avrebbe che l’anno appena iniziato è il 2010 + 753 = 2763… ab Urbe condita!

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