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“Diese schönen Tage”: la poesia di Patrizia Cavalli
febbraio 8, 2010 | Commenti disabilitati
Incontro con la poesia contemporanea
Un’alternativa allo spettacolo di Beppe Grillo e alla proiezione della pellicola “La giusta Distanza” è offerta dall’incontro con le poesie di Patrizia Cavalli, programmato per mercoledì 10 febbraio all’istituto italiano di Cultura.
Patrizia Cavalli è considerata una delle più significative voci poetiche italiane contemporanee. Originaria di Todi, in Umbria, vive a Roma da molti anni. Ha pubblicato per Einaudi alcune raccolte di successo: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (1992), L’io singolare proprio mio e Sempre aperto teatro (1999). Con quest’ultima raccolta ha vinto il Premio letterario Viareggio-Repaci. L’ultima opera è Pigre divinità e pigra sorte (2006). Sempre per l’editore Einaudi ha tradotto il Sogno di una notte d’estate e l’Otello di Shakespeare.
La poesia della Cavalli è caratterizzata da una complessa tecnica poetica. Le misure metriche che utilizza sono classiche, ma il lessico e la sintassi sono quelle della lingua contemporanea; sono assenti poeticismi e manierismi, e il linguaggio è naturale e familiare.
Nelle sue poesie, tratte dal vissuto quotidiano, tono e stile si mescolano in un modo misterioso e inconfondibile. Scorci di vita romana si avvicendano a epigrammi pungenti e poesia filosofica. “Una lingua – trova Giorgio Agamben – che non è più né inno né elegia, ma che nella sua marcia sonnambolica tocca e palpa i contorni esatti dell’essere”. L’evento avrà luogo mercoledì 10 febbraio 2010, alle ore 19, nella sala conferenze dell’Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8 a Monaco di Baviera. Moderazione e traduzione: Piero Salabè. Entrata libera.
Si raccomanda di verificare orari e date sul sito ufficiale dell’Istituto di Cultura Italiano: http://www.iicmonaco.esteri.it/IIC_Monaco
Anche quando sembra che la giornata
sia passata come un’ala di rondine,
come una manciata di polvere
gettata e che non è possibile
raccogliere e la descrizione
il racconto non trovano necessità
né ascolto, c’è sempre una parola
una paroletta da dire
magari per dire
che non c’è niente da dire.
Nel cesto della biancheria sporca
riconosco l’estate,
i pantaloni leggeri le magliette.
Avevo troppa fretta d partire
per potermi fermare a ripulire
le tracce della corsa.
Ma prima bisogna liberarsi
dall’avarizia esatta che ci produce,
che me produce seduta
nell’angolo di un bar
ad aspettare con passione impiegatizia
il momento preciso nel quale
il focarello azzurro degli occhi
opposti degli occhi acclimatati
al rischio, calcolata la traiettoria,
pretenderà un rossore
dal mio viso. E un rossore otterrà.
Quante tentazioni attraverso
nel percorso tra la camera
e la cucina, tra la cucina
e il cesso. Una macchia
sul muro, un pezzo di carta
caduto in terra, un bicchiere d’acqua,
un guardar dalla finestra,
ciao alla vicina,
una carezza alla gattina.
Così dimentico sempre
l’idea principale, mi perdo
per strada, mi scompongo
giorno per giorno ed è vano
tentare qualsiasi ritorno.
….da Poesie, Einaudi 1999
feb
2
Se questo è un uomo
febbraio 2, 2010 | Commenti disabilitati
Una poesia di Primo Levi per non dimenticare.
Poesia di Primo Levi sulla colonna sonora del film Schindler's List
Vi proponiamo la poesia Per non dimenticare di Primo Levi, scrittore italiano deportato nel campo di concentramento nazista di Auschwitz nel 1944. Levi riuscì a sopravvivere e raccontò le sue esperienze nel libro “Se questo è un uomo”, che divenne una feroce denuncia delle atrocità commesse dai Nazisti contro gli ebrei.

Primo Levi
Il 27 Gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di Auschwitz dove Levi era riuscito a restare per una combinazione di eventi, mentre tutti gli altri prigionieri venivano deportati dei tedeschi in fuga in una marcia nella neve che non lasciò scampo ad alcuno. Levi visse per raccontare quello che aveva visto e morì suicida nel 1987, tormentato sino agli ultimi giorni dagli incubi del lager.
Se questo è un uomo è un libro capolavoro che ogni italiano ed ogni tedesco dovrebbe leggere. L’Italia approvò le leggi razziali e contribuì attivamente a deportare circa 7000 ebrei, tra cui lo stesso Levi.
Scrive lo storico Renzo de Felice: «Alcune prefetture e comandi ci mettono uno zelo veramente incredibile, fatto al tempo stesso di fanatismo, di sete di violenza, di rapacità, nel collaborare con i nazisti.»
Per non dimenticare
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”Primo Levi
gen
26
Odi et amo
gennaio 26, 2010 | Commenti disabilitati
Gaio Valerio Catullo e la struggente intensità del tormento amoroso.

Catullo e Lesbia in un affresco di Ercolano del I sec. a.C.
Gaio Valerio Catullo, poeta latino vissuto tra l’87 a.C. ed il 57 a.C., rappresenta un elemento di chiara rottura nel panorama poetico latino del I secolo a.C. La sua tormentata relazione con Clodia, sorella di un tribuno romano, ispira gran parte della sua opera poetica, raccolta nel Liber catulliano. A Clodia sono dedicati numerosi carmi, nei quali il poeta si riferisce alla amata tramite lo pseudonimo di Lesbia, in onore della poetessa greca Saffo, vissuta nel VI secolo a.C., il cui stile Catullo ammirava profondamente.
L’amore per Clodia è passione carnale non meno che travolgimento spirituale. Il fatto che i due non fossero sposati e vivessero il loro rapporto in maniera libera costituiva un tormento per il poeta, tanto più che Clodia conduceva, a detta di Cicerone, una vita dissoluta, cosa che alimentava la gelosia di Catullo.
Nel Liber, il poeta canta l’amore trasgressivo e tormentato, lontano dagli schemi tradizionali familiari, che raggiunge vette di intensità poetiche fino ad allora sconosciute. Anche il linguaggio poetico viene profondamente trasformato adeguandosi all’intensità delle passioni, fino a precipitare nell’abisso dell’oscenità e della grossolanità.
Presentiamo qui il carme 85 del Liber catulliano, il celebre distico elegiaco “Odi et amo”, immortale espressione di struggimento per l’irrazionalità delle passioni contrastanti, l’amore per Lesbia e la rabbia per non poterla davvero avere per sè. Il verbo excrucior, in particolare, significa letteralmente essere crocifisso, a rappresentare il tormento interiore, lento, dolorosissimo ed inesorabile.
Solo chi ha amato senza essere ricambiato, chi si è tormentato nella gelosia ed ha provato la tensione interiore delle passioni contrastanti può capire, per averla vissuta, l’intensità drammatica di questi due versi:
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”
“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.”
gen
12
Amor ch’a nullo amato amar perdona
gennaio 12, 2010 | Commenti disabilitati
Quando l’amore eterno incontra la poesia immortale.
L'episodio di Paolo e Francesca nella recita di Roberto Benigni
L’episodio di Paolo e Francesca nel V Canto dell’Inferno rappresenta il culmine della poesia lirica amorosa nella Divina Commedia.
Francesca da Polenta era stata data contro la sua volontà in moglie all’anziano e crudele Gianciotto Malatesta per sugellare il patto di amicizia tra le due famiglie nobili dei Polenta e dei Malatesta, che a quel tempo si contendevano i territori tra Ravenna e Rimini. L’amore adulterino tra Francesca ed il giovane Paolo, fratello minore di Gianciotto, viene scoperto da un servo maligno che li spiava. I due amanti furono uccisi da Gianciotto ma vivranno per sempre nelle meravigliose terzine del Sommo Poeta.
Il Blog degli Italiani a Monaco propone la rilettura del Canto V dell’Inferno a partire dal verso 70, ascoltando i meravigliosi versi di Dante Alighieri nella recitazione da Roberto Benigni.
Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: “Che pense?”.Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.E caddi come corpo morto cade.
dic
31
Il Sabato del Villaggio
dicembre 31, 2009 | Commenti disabilitati
Omaggio di fine anno a Giacomo Leopardi
Il Sabato del Villaggio recitato da Arnoldo Foà
Ci accingiamo a festeggiare la fine dell’anno, ad “ornarci il petto ed il crine” come la donzelletta del villaggio. Speranze per l’anno a venire si affollano, speranze di gioie, di amori, di serenità, di lavoro… parafrasando l’immenso Leopardi potremmo pensare che dell’anno questo “è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia: diman tristezza e noia recheran l’ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno.”
Se le speranze si tramuteranno in tristezza e noia non è dato sapere, possiamo solo cogliere l’occasione per rileggere un capolavoro immortale, anche da ascoltare nella recita di Arnoldo Foà.
Buon anno nuovo a tutti dalla Redazione del Blog degli Italiani a Monaco!
“La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell’erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch’ebbe compagni nell’età piú bella.
Già tutta l’aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
giú da’ colli e da’ tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l’altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s’affretta, e s’adopra
di fornir l’opra anzi al chiarir dell’alba.Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l’ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave.”Giacomo Leopardi
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