Ida Dalser, la moglie di Mussolini

luglio 2, 2010 | Commenti disabilitati

Appuntamento con la lettura interpretativa con accompagnamento musicale

Ida Dalser, moglie ripudiata di Mussolini

Ida Dalser, moglie ripudiata di Mussolini

Rinascita e.V. in collaborazione con ItalLIBRI invita alla lettura interpretativa con accompagnamento musicale al pianoforte e immagini del dramma “Ida Dalser, la moglie di Mussolini” con il Gruppo teatrale Eos venerdì 9 luglio ore 19.30 in EineWeltHaus (Schwanthalerstr. 80 Rgb, München). Interpreti: Mara Da Roit e Pierpaolo Dalla Vecchi, musiche di Emanuele Zottino, riduzione, adattamento e regia a cura di Lorenzo Merlini.

La vicenda prende le mosse nel 1913, quando fra Ida Dalser e il futuro duce Benito Mussolini si accende la passione. I due si sposeranno in chiesa e nel 1915 Ida darà alla luce il figlio Benito Albino, riconosciuto dal padre.

Con l’inarrestabile ascesa politica matura anche la decisione di Mussolini di escludere dalla propria vita sia il bambino sia la donna, che nel frattempo si era privata di tutti i suoi averi per sostenere le ambizioni del suo uomo.

Ida viene sballottata da un capo all’altro dell’Italia, ma lei non si dà per vinta, insiste, rivendica, diventando un elemento scomodo per la carriera politica di Mussolini, che la farà internare in manicomio.

Ida Dalser morirà nel 1937 nell’ospedale psichiatrico di Venezia. La stessa sorte toccherà al figlio Benito Albino, che, allontanato da bambino dalla famiglia materna, spirerà all’età di 27 anni presso il manicomio di Mombello, dove era stato fatto internare.

Il gruppo teatrale EOS di Bolzano mette in scena questo pezzo, tratto dal libro “La moglie di Mussollini” di Marco Zeni. Lo scrittore-giornalista trentino utilizza numerosi documenti inediti, trasformando la relazione fra Benito Mussolini e Ida Dalser in un giallo autentico e in un caso politico, nel quale prevale la ragion di Stato.

Ingresso: 5,- (soci di rinascita e.V. 3,-), per ulteriori informazioni rinascita e.V. tel. 089/36 75 84 – info@rinascita.de – www.rinascita.de

Incontro con Antonia Arslan

maggio 16, 2010 | Commenti disabilitati

L’autrice del romanzo La masseria delle allodole a Monaco

La masseria delle allodole di Antonia Arslan

La masseria delle allodole di Antonia Arslan

Riportiamo il comunicato stampa dell’Istituto italiano di Cultura a Monaco, con l’annuncio dell’incontro con la scrittrice Antonia Arslan.

L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ha il piacere di annunciare l’incontro con l’autrice Antonia Arslan. L’evento avrà luogo martedì 18 maggio 2010, alle ore 19, in Hermann-Schmid-Straße 8, a Monaco di Baviera. Modera e traduce la Dr.ssa Elisabetta Cavani, libreria ItalLibri. Ingresso libero

L’evento è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera e dalla libreria ItalLibri.

Un secondo appuntamento con l’autrice si terrà mercoledì 19 maggio, alle ore 18.15, presso la Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nurnberg (Istitut für Romanistik, Raum C 702, Bismarckstraße, 1).

Antonia Arslan, laureata in Archeologia, è docente di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università di Padova. I suoi studi si incentrano sulla narrativa popolare italiana e la scrittura femminile. Nel 2004 Antonia Arslan dà alle stampe il suo primo romanzo, La masseria delle allodole, ed ottiene in breve tempo un vasto consenso presso lettori e critici. L’opera fa parte del percorso dell’autrice verso la riscoperta delle sue origini armene, un percorso iniziato negli anni Novanta con la traduzione delle raccolte del poeta armeno Daniel Varujan, Il canto del pane e Mari di grano ed altre poesie armene. In seguito Antonia Arslan ha curato un libretto sul genocidio degli armeni (Metz Yeghèr. Il genocidio degli Armeni di Claude Mutafian) e una raccolta di testimonianze di rifugiati in Italia (Hushèr. La memoria. Voci italiane di sopravvissuti armeni). Il nonno della scrittrice, Yerwant Arslanian, sfuggì assieme alla propria famiglia al genocidio del popolo armeno in Turchia nel 1915, e nel 1924 chiese al governo italiano di poter eliminare la finale “-ian” dal suo cognome, in modo da celare così la propria identità armena. Tuttavia è proprio grazie ai racconti del nonno che Antonia Arslan è riuscita a ricostruire la storia della sua famiglia in La masseria delle allodole, romanzo da cui è stato tratto il film omonimo del 2007, diretto dai fratelli Taviani.

Il primo romanzo della Arslan, vincitore di numerosi premi (tra cui il Premio Stresa ed il Premio P.E.N. Club International), è ormai giunto in Italia alla sua ventitreesima edizione, ed è stato tradotto in quattordici lingue. A La masseria delle allodole è seguito nel 2009 il romanzo La strada di Smirne. Per finire, il 2010 è stato l’anno dei riconoscimenti. Il 9 marzo Antonia Arslan ha ricevuto a Roma la medaglia d’oro del Ministero della Cultura Armena, mentre il 21 marzo a Los Angeles, le è stato conferito il premio “NAREKATSI”, dell’associazione “Friends of UCLA Armenian Language and Cultural Studies”, per il suo “contributo significativo al tesoro della cultura armena”.

Per informazioni: Istituto Italiano di Cultura, Hermann-Schmid-Straße 8, 80336 München, Tel.: +49-(0)89 / 74 63 21-28, Fax: +49-(0)89 / 74 63 21-30 e-mail: culturale.iicmonaco@esteri.it www.iicmonaco.esteri.it

La calabrese e le cotolette di melanzana

marzo 19, 2010 | Commenti disabilitati

Un racconto di emigrazione italiana in Germania.

Operaie in fabbrica nel secolo scorso

Operaie in fabbrica nel secolo scorso

Pubblichiamo con estremo piacere un racconto che ci ha inviato Giusi Vicenzino, scrittrice siciliana emigrata in tenera età in Germania. Dalle sue pagine emergono racconti di vita vissuta, di emigrazione in tempi difficili quattro decenni orsono.

A quel tempo avrò avuto circa 17 anni, correva l’anno 1976. Stanca di stare a casa e guardare la vita che scorreva dalla finestra, decisi di cercarmi nuovamente un lavoro. Salii al nono piano e andai a far visita alla famiglia Necci. La madre venne ad aprire, mi fece accomodare con molta gentilezza. Le figlie stavano filando dei merletti, alla mia vista si rallegrarono, forse perchè potevano posare quell’enorme tubo conficcato di spilli che tenevano sulle gambe. Le ragazze erano uguali alla madre, alte, magrissime, due occhietti neri neri, un cespuglio nero per capelli, insomma delle scope sotto sopra. Mi offrirono della limonata e mi bersagliarono di domande, a cui non mi davano tempo di rispondere. Alla fine riuscii a chiederle se per caso dove loro lavoravano servisse qualcuno. Mi invitarono ad andarle a trovare più spesso: “Potresti imparare a filare”, mi disse la madre, la ringraziai dicendole: “Mia madre si è arresa, non riesco neanche a tenere un ago in mano, e per arrendersi lei ce ne vuole”.

La risposta per il lavoro non tardò ad arrivare, l’indomani sera mi comunicarono che potevo iniziare subito. La mattina seguente all’ora stabilita ero pronta, alle sei del mattino prendemmo il tram, poi un bus, poi un altro tram e un altro bus, un’ora e mezza di viaggio, tra nebbia e gelo. Le ragazze impiegavano tutto il tempo lavorando a maglia.

Arrivati in fabbrica mi si blocco il respiro, un odore nauseante mi venne incontro, l’istinto era di scappare, ma l’orgoglio mi fermò, mi portai una mano alla bocca e un po’ mi aiutò. Quell’odore non mi ha più lasciato per il resto della mia vita. Mi presentarono al capo reparto che a sua volta mi affido ad una ragazza calabrese. La ragazza era bellissima, due occhi verde smeraldo, dei capelli neri lucidi e setosi, un sorriso smagliante. “Non ti preoccupare, questo è lavoro per scemi e non mi sembri tanto stupida”, mi disse, e continuò: “Dobbiamo prendere le punte del lenzuolo, appoggiarli sul rullo, automaticamente il rullo girando si mangia il lenzuolo, siccome la macchina è molto affamata non dobbiamo lasciare spazio tra un lenzuolo e l’altro.”

La calabrese era molto allegra, cantava e raccontava barzellete, ma purtroppo solo in dialetto, per cui facevo finta di capirle. La fabbrica era una grande lavanderia, la maggior parte della biancheria veniva dagli ospedali, carceri, altri reparti lavoravano jeans ed altro ancora. All’ora di pranzo rividi le sorelle Necci, la stanza dove pranzavamo era arredata con tre grandi tavoli e sedie sopravvissuti all’ultima guerra. In un tavolo si sedevano operaie tedesche, in un altro delle operaie turche, e nell’ultimo, le italiane, o meglio siciliane, sarde, calabresi, napoletane. L’ora di pausa volava in fretta, gli odori dei vari cibi che ognuno si portava da casa, si confondevano sino a diventare indecifrabili. L’odore del caffè, burro e fleischwurst, che si univa a quello delle cipolle, riso, zuppe, per finire nella peperonata, frittate di patate e le cotolette di melanzane, che la calabrese si portava ogni giorno. Tutti credevano che fossero di carne, cosa che lei lasciava credere, come se si potesse permettere di mangiare carne ogni giorno.

Le macchine erano troppo vecchie e si inceppavano di continuo, la calabrese senza spegnere i motori saliva sulla macchina per sbloccarla, ormai era molto pratica, ma una volta volli salirci io, lei non voleva, ma alla fine acconsentì ma spense i motori. Ero chinata sulla ginocchia e cercavo di tirare fuori l’ammasso di lenzuola che si era formato, il capo reparto si accorse che i motori erano spenti, accorse bestemmiando e accese la macchina. Essendo chinata, la mia lunga coda era finita nel rullo che stava per farmi lo scalpo, vidi solo la ragazza che strattono l’uomo buttandolo letteralmente a terra, e spense i motori. Fra i due scoppio una lite, la calabrese gli sputò sulle scarpe e l’uomo infine se ne andò bestemmiando. Ero sconvolta, non riuscivo a muovermi, la ragazza mi strinse le mani e disse: “Ora ti racconto una barzelletta in italiano, lo sai perché Cristo si è fermato a Eboli? Perché gli rubarono i sandali, e ancora li sta cercando.”

Uscii da quel posto facendo meno rumore di quando vi entrai, fuori mi attendeva la solita aria, ma respirai. Mi avviai verso la fermata del tram, con in testa un pensiero, cosa farò domani?

Rubrica: Cultura - Argomenti: , ,

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