#17: I colleghi in Tracht in ufficio

settembre 26, 2010 | Commenti disabilitati

Un piacere che ci accompagna per un paio di settimane all’anno.

I tedeschi in Tracht in ufficio, felici come bimbi a Carnevale

I tedeschi in Tracht in ufficio, felici come bimbi a Carnevale

La prima volta che venni a Monaco, tanti anni fa, fu per l’addio al celibato di un amico italiano che aveva deciso di trascorre un ultimo fine-settimana all’insegna della spensieratezza a Monaco. Partimmo da Milano di venerdì pomeriggio in macchina e tornammo la domenica sera. Di quel weekend di metà settembre mi rimangono tanti ricordi e, soprattutto, la prima presa di coscienza che il mio posto sarebbe stato qui.

Tra le scoperte più bizzarre di quella volta, ci fu quella degli abiti tipici dell’Oktoberfest, che in seguito scoprii chiamarsi Dirndl e Lederhose, in una parola generica (non escusivamente bavarese) Tracht, che vuol dire abito storico o tradizionale. Certo ne avevo visto già di simili in Sardegna o in Abruzzo, ma erano rigorosamente confinati entro manifestazioni folcloriche, e di certo non appartenevano alla quotidianità.

Anni dopo cominciava la mia esperienza lavorativa a Monaco, fatta inizialmente di meeting, di presentazioni, di riunioni con clienti e colleghi di varie nazionalità. Quel giorno avevo una riunione a metà tra il tecnico ed il commerciale a cui dovevano partecipare potenziali partner asiatici. Il mio stupore quando i dirigenti del mio dipartimento si presentarono con il Lederhose e le signore in Dirndl fu paralizzante… “Ma come??? Questa è roba da festa paesana, tutt’al più da sfilata domenicale di gruppi di canto e ballo popolare, di certo buona per la Wiesn ma qui ci giochiamo il futuro dell’azienda, maledizione!“.

Loro invece con i bei faccioni rubicondi, come se i Maß della giornata li avessero già buttati giù a colazione, occhi scintillanti di felicità come bambini vestiti per andare alla prima festicciola di carnevale, fecero il loro ingresso trionfale nella sala riunioni. Gli ospiti orientali sorridevano con malcelato stupore ma, in ossequio alla loro educazione orientale, mai avrebbero espresso disappunto o fastidio. La seduta fu celebrata in un clima per me quasi surreale, come potevano pensare di conferire la necessaria credibilità ai nostri prodotto vestiti così come se fossero nella fattoria di nonna Papera?

Di quel potenziale partner non se ne seppe più nulla. Ma io da allora ho preso ad amare questa sorta di spensieratezza bavarese, questo piacere della festa e delle proprie tradizioni, ammiro queste donne e questi uomini che vanno al lavoro così agghindati e si trovano a proprio agio a ricevere i clienti, io non lo farò mai, ma solo perché questa tradizione non mi appartiene. Però devo ammetterlo, starei ore in uffico a guardare i miei colleghi, felice di essere qui con loro nella mia diversità.

MERAVIGLIOSO!

Un piacere semplice ma fino ad ora ignoto.

In casa a piedi nudi, un piacere scoperto qui

In casa a piedi nudi, un piacere scoperto qui

Alle idee semplici si arriva con difficoltà, questo è risaputo. E delle consolidate abitudini non ci si libera in un attimo, lo sanno tutti. Eppure quando si afferra un’idea semplice che modifica un comportamento consolidato a favore di un altro soprendentemente più vantaggioso, il piacere è subito intenso e riconoscibile, quasi come un’illuminazione, una rinascita.

Sono cresciuto in un bell’appartamento altoborghese, con lucenti pavimenti in marmo, dalla fredda eleganza ma rappresentativi di uno status che all’epoca aveva una sua rilevanza. E fredda era anche la sensazione che si provava a camminare a piedi nudi. Mi veniva ripetuto fino alla noia di non andare in giro senza scarpe o pantofole, quasi l’essere scalzi fosse una delle peggiori infrazioni domestiche immaginabili. Ho sempre diligentemente applicato la regola, non ho mai camminato in casa a piedi nudi se non per brevissimi e furtivi tratti. Mai avrei immaginato che non solo io, ma anche i rispettabili ospiti della famiglia in visita serale potessero aggirarsi senza le loro rigide suole e i loro eleganti tacchi che li elevavano sul gelido marmo.

Giunse il momento in cui visitai la mia prima casa tedesca. Avevo già notato nel mio condominio le scarpe degli altri inquilini lasciate fuori dalla porta, ma pensavo più ad una mancanza di spazio e bollavo quella come tipica sciatteria domestica di questo popolo invece così ordinato fuori in pubblico.

Ma mentre mi apprestavo ad entrare emozionato e curioso nell’appartamentino monolocale della mia dolce amica Anja, al quale approdavamo quella sera dopo un lungo girovagare per i bar del paese e lunghe schermaglie preparatorie, la sua sfacciata richiesta mi colpì come un ceffone sul viso… “potresti toglieri le scarpe e lasciarle fuori, bitte?“. “Ma come?“, pensai, “davvero come nei film in cui gli amanti lasciano una traccia di indumenti frettolosamente svestiti che conduce dritto all’alcova??“. Ma subito mi si gelò il sangue… “che calzini avrò messo, mica quelli vecchi ed un po’ sdruciti, spero? Dannazione, adesso non ricordo proprio, devo affrontare il rischio e sperare che tutto fili liscio, domani per prima cosa getto via tutte le calze vecchie, lo giuro!“. Dovetti eseguire il dolce ma fermo ordine ricevuto, non c’era possibilità di negoziazione, ma mi sentivo più nudo di un verme, quasi privato della mia dignità umana, un uomo senza scarpe perde il suo fascino e la sua baldanza. Da subito, mentre mi aggiravo sulla moquette dei suoi trenta metri quadri, iniziavo a percepire un curioso senso di familiarità con la dolce Frau Anja, come se ci conoscessimo da sempre, io e lei.

Quel giorno nacqui, si accese una luce nella mia mente in cui interruttore neanche sapevo esistesse. Adesso arrivo a casa, tolgo le scarpe già in ascensore, le getto malamente fuori dalla porta, non ho più pantofole da indossare, cammino libero sul mio parquet come un animale selvatico nella sua savana, e sono felice.

MERAVIGLIOSO!

Infrangere un tabù primordiale: restare scalzi in ufficio.

I colleghi tedeschi in ufficio: sandali e calzini bianchi di spugna

I colleghi tedeschi in ufficio: sandali e calzini bianchi di spugna

Radicate nel profondo dell’incoscio, le inibizioni ancestrali si manifestano come monumentali recinti che circoscrivono il comportamento umano. Alcune sono insormontabili, come magistralmente descritto dall’arte di Sofocle nell’Edipo Re e scientificamente codificato da Freud prima, e da Jung poi, altre si rivelano più fragili e, seppur con fatica, valicabili. È quanto è successo a me.

Appena arrivato nella mia nuova azienda, fui condotto in un primo giro di presentazione nei nuovi uffici. L’emozione per l’inizio ufficiale della mia seconda vita professionale ed umana era pari alla curiosità verso i nuovi mondi che si dischiudevano ai miei occhi come ad un novello Cristoforo Colombo. Quali meraviglie esotiche avrei scoperto in questi nuovi posti?

Ad una prima occhiata le differenze con il mio vecchio ufficio di Milano non sembravano enormi, uffici più piccoli sostituivano gli enormi open space a cui ero abituato, le attrezzature sembravano forse più moderne, ma non molto di più. Tuttavia un particolare richiamava il mio occhio come una nota stonata in quella nuovissima sinfonia. Quasi tutte le scrivanie erano vuote, era tempo di vacanze autunnali, ma sotto ognuna, allineate in bell’ordine accanto alla sedia, spuntavano paia di sandali o di pantofole. Non riuscivo a capacitarmi, continuavo nel mio giro ormai del tutto incurante del mio accompagnatore che mi spiegava la funzione dei vari reparti, attento solo a scorgere nuovi esemplari sotto la successiva scrivania. Per la maggior parte si trattava delle famigerate Birkenstock, sandali tedeschi per antonomasia, quelli che loro amano portare con i calzini corti bianchi nelle loro passeggiate sulle spiaggie romagnole. Già, ma come osavano far bella mostra di sé negli uffici di una multinazionale di fama mondiale?

Più tardi, nei giorni successivi, tutto mi fu chiaro. I colleghi tedeschi amano giungere in ufficio e lì come prima azione del girno lavorativo togliersi le scarpe, in inverno di sicuro, ma a volte anche nella piovosa estate bavarese, per restare comodi in ciabatte e calzini, sia gli uomini sia, seppur più raramente, le donne, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Giurai allora di non farmi corrompere, di non scendere nel loro abisso, la mia italica dignità lo avrebbe impedito con una ribellione dai più profondi recessi del mio Io.

Ed invece non ce l’ho fatta, mi son fatto trascinare nel fango, giù nelle tenebre dell’Ade, un percorso senza ritorno, l’anima è ormai macchiata e nulla potrà renderle l’antice purezza. È stato in un giorno di primavera, l’ufficio non era al completo, solo un neoassunto al tavolo accanto al mio, guardo la mia scrivania con intensità fino ad allora mai sperimentata, è lunga e mi copre da sguardi indiscreti, la porta è defilata, adesso o mai più, con lentezza e movimenti calibrati ma prudenti mi sfilo la sinistra, una leggera pressione del piede destro sul tacco è bastata, poi va via anche l’altra, distendo gli alluci, inarco le piante, sento un senso di freschezza e benessere mai conosciuto prima, i tessuti si espandono, le carni compresse si rilassano, una inebriante emozione parte dalle mie estremità e mi invade, al sandalo da ufficio non arriverò, lo giuro sulla tomba dei miei antenati, ma intanto adesso sono libero, impuro ma felice.

MERAVIGLIOSO!

Un evento – aperitivo a Monaco

Dire che la moda distingua le due culture, Italia e Germania non sarebbe corretto: molti stilisti tedeschi sono altrettanto famosi e prestigiosi come quelli italiani. La moda italiana è conosciuta, amata, imitata dai tedeschi. Inoltre si pensi alle infinite marche sportive di origine tedesca; la Germania, con l’Austria e la Svizzera, detiene un vero e proprio dominio incontrastato per quello che riguarda l’abbigliamento da tempo libero… comunque è adeguata concorrente di altri paesi europei e no.

Quello che ci differenzia veramente dai tedeschi, quindi, è la percezione della moda e il suo significato. Cosa significa “moda” e come viene vissuta per/dall’italiano medio? Quali sono gli status symbol che “gravitano” intorno a questo mondo? In cosa e come s’identificano gli italiani ed i tedeschi? Possiamo davvero semplificare e polarizzare con Birkenstock e Valentino? Con le calze bianche portate con i sandali da un lato e gli enormi occhiali da sole firmati o il famoso quanto poco pratico maglione sulle spalle dall’altro?

Evento a Monaco

Questo è il tema del piccolo evento “Aperitif – Vortrag” che si terrà il 17 giugno alle 19 nel cuore di Monaco, in un, come direbbero i tedeschi – sehr modisch – negozio di camicie made in Italy, HUM. Organizzatrici sono Cristiana Filtri, proprietaria del negozio, fotografa e giornalista e Paola Dellepiane, mediatrice e trainer interculturale.

Il costo del biglietto è di 10€, il numero massimo di partecipanti è circa 15. Chi volesse partecipare, è pregato di inviare una mail a info@understanding-culture.com o info@hum-shop.de

www.hum-shop.de

www.understanding-culture.com

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