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“Paese che vai, lingua che trovi” (Parte II)
gennaio 13, 2010 | Commenti disabilitati
L’italianità nella lingua:

Dominico di Michelino, Dante Alighieri e l'allegoria della divina commedia (1465)
Al bar:
A: Senta, io vorrei mangiare qualcosa. Che spuntini avete?
B: Mah, guardi, abbiamo tramezzini, toast, pizzette, medaglioni, panini…
A: Eh…Un tramezzino, magari…i tramezzini come sono?
B: I soliti: tonno e pomodoro, mozzarella…
Questo dialogo è tratto da Linea diretta I, uno dei tanti libri di testo per imparare l’italiano, amato soprattutto per l’autenticità dei dialoghi utilizzati a fine didattico; le battute sopra citate appartengono a uno dei primissimi capitoli nel libro e alludono a una “scena” tipica italiana: il momento dell’aperitivo-pranzo al bar. Gli elementi linguistici messi in evidenza hanno una vera e propria valenza interculturale (si pensi al termine spuntini o tramezzini; oppure all’intercalare “Mah”, “Eh”, etc.). Molte espressioni, parole, modi di dire analizzabili linguisticamente “nascondono” delle caratteristiche culturali precise. Proprio perché la lingua è sempre veicolo della cultura nazionale.
Darf –Kann? Posso?
Un altro esempio, nell’ambito del confronto tra lingua italiana e lingua tedesca, si trova nella grammatica, precisamente nei famosi verbi modali: si consideri, per esempio, la diversa valenza del verbo dovere: Il „dürfen“ tedesco non è direttamente traducibile in italiano se non con il verbo „potere“ (können); in certe espressioni è completamente tralasciato. Il risultato, a livello comunicativo, è un’approccio linguistico meno formale, così come la cultura italiana è, sotto certi aspetti, meno formale e più sciolta rispetto a quella tedesca. Il “dürfen” richiama il permesso, la regola cui i Tedeschi, si sa, fanno molta attenzione. In Italiano si usa sempre il verbo potere, senza distinzione.
“Senti!” “Scusa!”
Il diverso uso della forma imperativa nelle due lingue è un’ulteriore conferma della valenza culturale della lingua: l’imperativo, in Italiano, è usato anche in modo informale (si parla infatti di “imperativo informale”). Per esempio, per dare consigli, fare proposte, richiamare l’attenzione etc. (“Vai dal medico, siediti pure, etc.). L’uso dell’imperativo, in Tedesco, è invece prevalentemente legato al significato di comando e ha una valenza molto più forte: il possibile risultato sono fraintendimenti culturali, a volte poco piacevoli (i tedeschi normalmente avvertono l’espressione “Senti” o Senta” come troppo diretta, così come ogni forma di imperativo che per noi italiani, invece, è parte integrante della lingua parlata, soprattutto a livello colloquiale, informale).
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Paese che vai, lingua che trovi (Parte I)
gennaio 11, 2010 | Commenti disabilitati
La creatività logica della lingua tedesca.

Johann Wolfgang von Goethe - dipinto di J. H. W. Tischbein (1787)
Il famoso detto “Paese che vai, usanze che trovi” è applicabile anche al fenomeno linguistico: “Paese che vai, lingua che trovi”; suona ovvio, ma in realtà non lo è; la lingua è parte integrante della cultura nazionale e ne veicola le principali caratteristiche. Chi vuole conoscere una cultura, deve riflettere sulla sua lingua.
Pensiamo per esempio al confronto tra lingua italiana e quella tedesca; quante volte ci siamo sentiti dire dai nostri colleghi, amici, conoscenti tedeschi: “La vostra lingua è così melodica” oppure “Mi sembra di essere in vacanza quando sento parlare l’italiano” e ancora “La lingua italiana è la lingua dell’amore” etc. etc.
Chi invece sostiene che la lingua tedesca è altrettanta melodica è certamente la netta minoranza. Con l’eccezione di germanisti, degli amanti e intenditori di lingue straniere, di filologi ed esperti linguistici, il luogo comune è che il tedesco richiami suoni “barbarici”, le molte “chs” gutturali fanno quasi venire il mal di gola e raramente inducono a dichiarazioni d’amore per questo idioma.
D’altro canto il tedesco è la lingua della precisione, della logica stringente e ha un grosso potenziale creativo; come nessun’altra lingua permette un approccio ricco di fantasia all’uso delle parole: una spiccata ricchezza immaginativa che rende talvolta molto complesso chiarire i significati di certi termini e soprattutto di tradurli senza ricorrere a più parole e talvolta a intere perifrasi. Si pensi a parole come Lebenabschnittgefährte (in italiano: compagno di una parte della vita) o anche solo Nachmieter (in italiano: affittuario subentrato).
Parole come Rindfleischetikettierungsüberwachungaufgabenübertragung, oltre che a spaventare chi le legge e a rendere la loro pronuncia estremamente difficile, non sono sicuramente tra le più affascinanti della lingua tedesca; la traduzione italiana di questa parola (legge per la ripartizione di compiti sul controllo delle etichettature della carne bovina) dimostra il principio di creatività teutonico citato sopra: di due o più parole se ne costruisce una sola, nuova ed estremamente precisa. Una riprova in termini numerici: l’italiano annovera circa 300.000 vocaboli, il tedesco ne ha 100.000 in più. Per chi volesse approfondire quest’argomento, il saggio di Vanna Vannucci e Franca Predazzi (“Piccolo viaggio nell’anima tedesca”; Feltrinelli editore, 2004) offre una breve ma espressiva panoramica sulle peculiarità culturali della lingua tedesca.
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