Eppur NON ci siam scordati di te

marzo 5, 2010 | Commenti disabilitati

Omaggio a Lucio Battisti nell’anniversario della nascita.

Lucio Battisti nasceva 67 anni fa, il 5 Marzo 1943 a Poggio Bustone, in Brianza.

Alzi la mano chi di noi non ha cantato una delle sue canzoni, accompagnati da una chitarra, su una spiaggia in una calda sera di estate, oppure davanti ad un camino con gli amici, guardando quella ragazzina o quel ragazzino che tanto ci piaceva.

Fu musicalmente uno straordinario innovatore. La sua filosofia è racchiusa in questa sua frase:

“Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti.”

Proponiamo qui un piccolo omaggio al grandissimo artista che ci ha fatto piangere, innamorare, sognare, e sempre, sempre cantare.

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Da mi basia mille

febbraio 24, 2010 | Commenti disabilitati

Da Caio Valerio Catullo ancora superbi versi d’amore.

Il bacio - F. Hayez (1859), Accademia di Brera, Milano

Il bacio - F. Hayez (1859), Accademia di Brera, Milano

Della vita e dello stile di Caio Valerio Catullo abbiamo già parlato nel recente articolo Odi et amo.

Il carme qui proposto è uno dei più belli tra quelli che compongono il carme catulliano, ed è passato alla storia per la dolcezza e la passionalità dei versi: “da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera” che si traduce in: “dammi mille baci, e quindi cento, poi dammene altri mille“. Lo stile di Catullo si contraddistingue per i picchi di poeticità e per le volgari cadute di stile. Ma questa volta il poeta raggiunge senza dubbio le vette della lirica amorosa latina.

Voi, mariti e fidanzati innamorati, quando stasera tornate a casa dalle vostre amate, nell’incontrare il loro sguardo, ditele: da mi basia mille!

Leggiamo i versi originali e la traduzione italiana a cura di Salvatore Quasimodo.

“Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum
.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.”

Gaius Valerius Catullus

“Viviamo, mia Lesbia, e amiamo
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento
.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.”

Caio Valerio Catullo

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Tanto gentile e tanto onesta pare

febbraio 22, 2010 | Commenti disabilitati

Dalla Vita Nova il più bel sonetto amoroso di Dante Alighieri.

Dante incontra Beatrice sul ponte della Santa Trinita, Henry Holiday, 1883

Dante incontra Beatrice sul ponte della Santa Trinita, Henry Holiday, 1883

Il celeberrimo sonetto di Dante che qui riproponiamo rappresenta il culmine del Dolce Stil Novo, movimento poetico del tredicesimo secolo italiano. Attraverso la raffinata espressione di nobili pensieri e sentimenti si esalta la dolcezza e non la sofferenza, la dimensio ne contemplativa su quella passionale.

E chi meglio del Sommo Poeta poteva interpretare l’amore nella sua forma più pura? I suoi versi sono eterni, il suo sentire è il nostro sentire.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Dante Alighieri

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Odi et amo

gennaio 26, 2010 | Commenti disabilitati

Gaio Valerio Catullo e la struggente intensità del tormento amoroso.

Catullo e Lesbia in un affresco di Ercolano del I sec. a.C.

Catullo e Lesbia in un affresco di Ercolano del I sec. a.C.

Gaio Valerio Catullo, poeta latino vissuto tra l’87 a.C. ed il 57 a.C., rappresenta un elemento di chiara rottura nel panorama poetico latino del I secolo a.C. La sua tormentata relazione con Clodia, sorella di un tribuno romano, ispira gran parte della sua opera poetica, raccolta nel Liber catulliano. A Clodia sono dedicati numerosi carmi, nei quali il poeta si riferisce alla amata tramite lo pseudonimo di Lesbia, in onore della poetessa greca Saffo, vissuta nel VI secolo a.C., il cui stile Catullo ammirava profondamente.

L’amore per Clodia è passione carnale non meno che travolgimento spirituale. Il fatto che i due non fossero sposati e vivessero il loro rapporto in maniera libera costituiva un tormento per il poeta, tanto più che Clodia conduceva, a detta di Cicerone, una vita dissoluta, cosa che alimentava la gelosia di Catullo.

Nel Liber, il poeta canta l’amore trasgressivo e tormentato, lontano dagli schemi tradizionali familiari, che raggiunge vette di intensità poetiche fino ad allora sconosciute. Anche il linguaggio poetico viene profondamente trasformato adeguandosi all’intensità delle passioni, fino a precipitare nell’abisso dell’oscenità e della grossolanità.

Presentiamo qui il carme 85 del Liber catulliano, il celebre distico elegiaco “Odi et amo”, immortale espressione di struggimento per l’irrazionalità delle passioni contrastanti, l’amore per Lesbia e la rabbia per non poterla davvero avere per sè. Il verbo excrucior, in particolare, significa letteralmente essere crocifisso, a rappresentare il tormento interiore, lento, dolorosissimo ed inesorabile.

Solo chi ha amato senza essere ricambiato, chi si è tormentato nella gelosia ed ha provato la tensione interiore delle passioni contrastanti può capire, per averla vissuta, l’intensità drammatica di questi due versi:

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.”

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Amor ch’a nullo amato amar perdona

gennaio 12, 2010 | Commenti disabilitati

Quando l’amore eterno incontra la poesia immortale.

L'episodio di Paolo e Francesca nella recita di Roberto Benigni

L’episodio di Paolo e Francesca nel V Canto dell’Inferno rappresenta il culmine della poesia lirica amorosa nella Divina Commedia.

Francesca da Polenta era stata data contro la sua volontà in moglie all’anziano e crudele Gianciotto Malatesta per sugellare il patto di amicizia tra le due famiglie nobili dei Polenta e dei Malatesta, che a quel tempo si contendevano i territori tra Ravenna e Rimini. L’amore adulterino tra Francesca ed il giovane Paolo, fratello minore di Gianciotto, viene scoperto da un servo maligno che li spiava. I due amanti furono uccisi da Gianciotto ma vivranno per sempre nelle meravigliose terzine del Sommo Poeta.

Il Blog degli Italiani a Monaco propone la rilettura del Canto V dell’Inferno a partire dal verso 70, ascoltando i meravigliosi versi di Dante Alighieri nella recitazione da Roberto Benigni.

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: “Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri”.

Ed elli a me: “Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno”.

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: “O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!”

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

“O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’ hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense”.
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: “Che pense?”.

Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!”.

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: “Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?”.

E quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante”.

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

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