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10
Delenda Carthago!
marzo 10, 2010 | 2 Commenti
Catone il Censore e la fine di Cartagine.

La presa di Cartagine, Giovan Battista Tiepolo, 1729
Marco Porcio Catone, detto il “Censore” (Cato Censor) per la sua durissima critica ai costumi romani del suo tempo (II secolo a.C.), o anche il “Vecchio” (Cato Maior), per distinguerlo dal pronipote Catone Uticense, fu accanitissimo avversario di Cartagine. La sua maggiore preoccupazione negli anni delle guerre puniche fu di convincere tutti che la garanzia della sopravvivenza per Roma passava per la distruzione del mortale nemico.
Ogni suo discorso, qualunque fosse il tema, qualunque fosse la sede, senato o foro, privata o pubblica, terminava con la medesima frase “Ceterum censeo Carthaginem esse delendam” che si traduce “Inoltre ritengo che Cartagine debba essere distrutta”.
La frase passa alla storia nella versione abbreviata di “Delenda Carthago” e assurge a simbolo da un lato dell’accanimento romano nel voler annientare ogni resistenza alla loro smania di conquista e domino, dall’altro della determinazione nel compiere un atto essenziale alla propria sopravvivenza.
Per dimostrare che le due potenze navali dell’epoca erano troppo vicine per poter convivere, Catone era solito mostrare un cesto di fichi freschi, notoriamente facilmente deperibili, provenienti da Cartagine. Se erano arrivati intatti a Roma, ciò voleva dire che la distanza dai nemici era intollerabilmente ridotta.
Come si sa i Romani andarono fino in fondo nei loro propositi di sterminio e di quel faro di civiltà del mondo antico che era Cartagine non rimase pietra su pietra. Ma di questo racconteremo in un prossimo articolo.
Tuttavia la figura di Catone il Censore si staglia anche per la sua indefessa attività di fustigatore dei costumi romani. Moralista e censore, conservatore ed antiellenico, egli si battè perché si conservasse lo spirito sobrio dei primi secoli repubblicani.
Chiudiamo con una sua citazione che resta oggi, a distanza di 22 secoli, più attuale che mai:
“I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori”
feb
24
Da mi basia mille
febbraio 24, 2010 | Commenti disabilitati
Da Caio Valerio Catullo ancora superbi versi d’amore.

Il bacio - F. Hayez (1859), Accademia di Brera, Milano
Della vita e dello stile di Caio Valerio Catullo abbiamo già parlato nel recente articolo Odi et amo.
Il carme qui proposto è uno dei più belli tra quelli che compongono il carme catulliano, ed è passato alla storia per la dolcezza e la passionalità dei versi: “da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera” che si traduce in: “dammi mille baci, e quindi cento, poi dammene altri mille“. Lo stile di Catullo si contraddistingue per i picchi di poeticità e per le volgari cadute di stile. Ma questa volta il poeta raggiunge senza dubbio le vette della lirica amorosa latina.
Voi, mariti e fidanzati innamorati, quando stasera tornate a casa dalle vostre amate, nell’incontrare il loro sguardo, ditele: da mi basia mille!
Leggiamo i versi originali e la traduzione italiana a cura di Salvatore Quasimodo.
“Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.”Gaius Valerius Catullus
“Viviamo, mia Lesbia, e amiamo
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.”Caio Valerio Catullo
feb
17
Timeo Danaos et dona ferentes!
febbraio 17, 2010 | Commenti disabilitati
Dall’Eneide di Virgilio l’episodio di Laocoonte.

Morte di Laocoonte e dei suoi figli
Nel Libro II dell’Eneide, capolavoro di Publio Virgilio Marone, il futuro fondatore della stirpe romana Enea, scampato alla distruzione di Troia ed approdato alla corte della regina Didone, narra le vicende delle ultime ore della città.
Come noto i Greci, su suggerimento dell’astuto Ulisse, avevano donato un cavallo di legno alla città di Troia, per suggellare la fine delle ostilità. Questo si rivelerà essere un inganno fatale, giacché il ventre del cavallo è pieno di soldati greci che nottetempo spalancheranno le porte di Troia al resto delle loro truppe e per la città non ci sarà più scampo.
Tra i pochi che avevano cercato di mettere in guardia dal pericolo incombente, oltre alla profetessa Cassandra, c’è l’anziano veggente Laocoonte che pronuncia la celebre frase “Timeo Danaos et dona ferentes” ossia “Temo i Greci anche quando portano doni”.
Poseidone dio dei mari, per impedirgli di mandare a monte il piano dei Greci che a lui erano devoti, fa emergere dall’acqua due orrendi serpenti che si avvinghiano ai corpi dei figli di Laocoonte. Questi troverà morte atroce nel vano tentativo di salvarli. I Troiani interpretano l’evento come presagio della volontà divina di punire la profezia di Laocoonte ed accettano il dono.
La frase è stata assunta nel linguaggio comune a significare che dei nemici non bisogna mai fidarsi, anche quando si propongono con parole di pace.
gen
26
Odi et amo
gennaio 26, 2010 | Commenti disabilitati
Gaio Valerio Catullo e la struggente intensità del tormento amoroso.

Catullo e Lesbia in un affresco di Ercolano del I sec. a.C.
Gaio Valerio Catullo, poeta latino vissuto tra l’87 a.C. ed il 57 a.C., rappresenta un elemento di chiara rottura nel panorama poetico latino del I secolo a.C. La sua tormentata relazione con Clodia, sorella di un tribuno romano, ispira gran parte della sua opera poetica, raccolta nel Liber catulliano. A Clodia sono dedicati numerosi carmi, nei quali il poeta si riferisce alla amata tramite lo pseudonimo di Lesbia, in onore della poetessa greca Saffo, vissuta nel VI secolo a.C., il cui stile Catullo ammirava profondamente.
L’amore per Clodia è passione carnale non meno che travolgimento spirituale. Il fatto che i due non fossero sposati e vivessero il loro rapporto in maniera libera costituiva un tormento per il poeta, tanto più che Clodia conduceva, a detta di Cicerone, una vita dissoluta, cosa che alimentava la gelosia di Catullo.
Nel Liber, il poeta canta l’amore trasgressivo e tormentato, lontano dagli schemi tradizionali familiari, che raggiunge vette di intensità poetiche fino ad allora sconosciute. Anche il linguaggio poetico viene profondamente trasformato adeguandosi all’intensità delle passioni, fino a precipitare nell’abisso dell’oscenità e della grossolanità.
Presentiamo qui il carme 85 del Liber catulliano, il celebre distico elegiaco “Odi et amo”, immortale espressione di struggimento per l’irrazionalità delle passioni contrastanti, l’amore per Lesbia e la rabbia per non poterla davvero avere per sè. Il verbo excrucior, in particolare, significa letteralmente essere crocifisso, a rappresentare il tormento interiore, lento, dolorosissimo ed inesorabile.
Solo chi ha amato senza essere ricambiato, chi si è tormentato nella gelosia ed ha provato la tensione interiore delle passioni contrastanti può capire, per averla vissuta, l’intensità drammatica di questi due versi:
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”
“Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia.
Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tormento.”
gen
20
Superior stabat lupus…
gennaio 20, 2010 | Commenti disabilitati
Leggiamo insieme una celebre fiaba dello scrittore latino Fedro.

Superior stabat lupus, longeque inferior agnus
Fedro è il più celebre scrittore di fiabe dell’epoca romana. Nato in Macedonia probabilmente attorno al 20 a.C. fu condotto a Roma da bambino come schiavo, condizione da cui si emancipò, assumendo lo status di liberto.
Della sua opera ci sono giunte circa cento fabulae, ossia favole, che in realtà in quell’epoca appartenevano ad un genere letterario avente scopi didattici, e non erano rigorosamente destinate ai bambini. Le favole di Fedro si distinguono per lo stile semplice e per il contenuto morale, ed hanno il chiaro intento di inviare un messagio educativo tramite metafore, quasi sempre legate ad animali.
La favola che leggiamo oggi nella sua versione originale latina e nella sua traduzione, è divenuta celebre per locuzione “Superior stabat lupus”, che vuol dire “Il lupo stava più in alto”. Nel contesto della favola, questa non si limita ad essere una indicazione topologica ma rende conto di precisi rapporti di forza tra i due personaggi, il lupo appunto ed un tenero agnello.
La favola è la perfetta metafora di come i più forti cerchino un pretesto qualunque per aggredire i più deboli, addossando a loro la colpa di delitti mai compiuti.
Riportiamo qui l’originale latino della fiaba:
«Ad rivum eundem lupus et agnus venerant, siti compulsi.
Superior stabat lupus, longeque inferior agnus Leggi tutto »
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Vae Victis! – Guai ai vinti!
gennaio 8, 2010 | Commenti disabilitati
La storia della presa di Roma antica nel 390 a.C. ad opera dei Galli.

Le terribili orde galliche alla conquista di Roma nel 390 a.C.
Narra lo storico Tito Livio che nel 390 a.C. Roma fu messa a ferro e fuoco dai Galli Sennoni agli ordini del loro condottiero Brenno. Le tribù galliche dei Sennoni, originarie della regione francese della Borgogna, erano migrate verso sud nel 400 a.C. stabilendosi in Romagna e nelle Marche. L’odierna città di Senigallia prende il nome appunto dei Galli Sennoni. Quando i Galli rivolsero le loro mire espansionistiche verso i territori latini, lo scontro con Roma divenne inevitabile. Il Senato mobilitò tutte le forze disponibili ma le legioni romane vennero rovinosamente travolte presso il fiume Allia.
Brenno entrò in una Roma allo sbando dove solo i senatori erano rimasti a presidire le istituzioni repubblicane e una piccola guarnigione difendeva il Campidoglio. I senatori furono trucidati mentre la guarnigione di legionari riuscì a respingere l’assalto notturno dei Galli in quanto, così riferisce la leggenda, svegliati dalle oche guardiane del Campidoglio, sacre alla dea Giunone.
L’azione di Brenno aveva carattere di razzia e non di dominio a lungo termine per cui fu stabilito che la città sarebbe stata liberata dietro pagamento di un riscatto da misurarsi in 1000 libbre d’oro. Ai romani che protestavano per la bilancia truccata usata dai Galli, Brenno rispose lanciando la sua spada sul piatto di contrappesi e gridando la celebre frase “Vae victis!” ossia “Guai ai vinti!”.
Da allora l’espressione rimase simbolo dei soprusi perpetrati dai vincitori sugli sconfitti.
Da quella data per i succesivi 800 anni Roma non vide piede nemico sul suo sacro suolo, fino al terribile Sacco di Roma del 410. d.C. ad opera dei barbari Visigoti di Alarico. I Galli di Brenno furono inseguiti e sconfitti dalle legioni nel frattempo reclutate in tutta fretta dal generale Marco Furio Camillo, deciso a liberare la Patria non con l’oro del riscatto ma con il ferro della spada: “Non auro, sed ferro, recuperanda est Patria”.
I Romani non si dettero pace fino a che l’onta non fu definitivamente cancellata con l’annientamento della nazione gallica ad opera di Caio Giulio Cesare nel I secolo a.C.
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Annus 2763 ab Urbe condita
gennaio 1, 2010 | Commenti disabilitati
L’anno 2010 sarebbe il 2763 dalla fondazione di Roma.

Antica edizione di Ab Urbe condita
Nell’anno 27 a.C. lo storico romano Tito Livio scriveva la sua opera magna, la storia di Roma dalle origini fino ai suoi tempi. Il piano dell’opera prevedeva 142 libri, solo 35 dei quali ci sono pervenuti.
L’opera presenta un valore limitato dal punto di vista storiografico perché lo storico non va alla ricerca di documenti ma si affida spesso a miti e leggende per raccontare, e spesso abbellire, gli eventi della storia romana.
Il titolo dell’opera, “Ab Urbe condita” (dalla fondazione della Città), riflette una tipica usanza latina per il calcolo degli anni, ossia a partire dalla nascita di Roma. Va tuttavia precisato che negli atti ufficiali del periodo repubblicano si faceva riferimento al console in carica per collocare temporalmente un evento. L’espressione ab Urbe condita era tuttavia usata comunemente e divenne un classico della propaganda di regime durante l’età imperiale.
Poiché la data della fondazione di Roma viene comunemente fissata nel 753 a.C. si avrebbe che l’anno appena iniziato è il 2010 + 753 = 2763… ab Urbe condita!
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