set
5
Finalmente tempo per imparare il latino!
settembre 5, 2010 | Commenti disabilitati
Un simpatico ed interessante metodo per imparare la lingua dei nostri antenati.
A chi ha voglia di rinfrescare i ricordi di scuola o a chi vuole imparare i rudimenti della gloriosa lingua dei nostri antenati consigliamo un bel libro dal titolo Endlich Zeit für Latein dell’editrice Hueber.
Trovare finalmente tempo per questa bellissima lingua, morta solo per chi non ne comprende la vastità della sua eredità in tutte le lingue dell’Europa occidentale, dovrebbe essere un impegno da non tralasciare. Non solo le lingue cosiddette neolatine affondano le loro radici grammaticali e lessicali nella lingua latina, ma anche il tedesco, e ciò non sorprende. La declinazione dei nomi della lingua tedesca riflette in maniera profonda le declinazioni latine, più dell’italiano e dello spagnolo in cui solo una tenue eco rimane nella declinazione dei pronomi.
Il libro presenta scene di vita quotidiana di una famiglia germanica ospite a Roma da amici latini. I dialoghi in latino con trduzione in tedesco sono di difficoltà crescente man mano che le regole vengono presentate, e sono intervallati da semplici esercizi di grammatica con le relative soluzioni. Sorprenderà scoprire quanto del lascito dei romani resta nelle nostre tradizioni oltre che nel nostro vocabolario.
Per ulteriori informazioni si consiglia di consultare il sito dell Hueber:
www.hueber.de
lug
9
Ipse dixit!
luglio 9, 2010 | Commenti disabilitati
Una delle più celebri locuzioni latine che non possiamo non conoscere
La locuzione ipse dixit, da tradurre in “l’ha detto lui“, indica una fonte di grande autorevolezza da cui deriva una affermazione o un giudizio al quale si fa riferimento. Una tale fonte non ammette repliche o discussioni, per cui l’affermazione assume carattere di certezza è non più soggetta a qualsivoglia speculazione.
Tale modo di dire era comune nel medioevo e si riferiva ad Aristotele, assunto dai filosofi cristiani a modello di saggezza e riferimento teoretico per dare validità ai passaggi logici che volevano dimostrare l’esistenza di Dio. Ad alcuni fondamenti delle teorie aristoteliche veniva attribuito carattere di postulato non discutibile a fondamento delle costruzioni logiche. Per cui se una certa affermazione si ritrovava negli scritti dello stagirita, poteva essere manipolata ed assunta a verità fondamentale tramite l’etichetta di “ipse”, ossia Aristotele, dixit.
A quanto pare però l’espressione ha origini più antiche, e cioè in Cicerone, il quale riportava in questo modo nei suoi scritti filosofici l’atteggiamento acritico con cui i seguaci di Pitagora assumevano per verità rivelate ciò che il loro maestro predicava.
giu
12
Quousque tandem?
giugno 12, 2010 | Commenti disabilitati
Dalla prima catilinaria il celeberrimo incipit ex abrupto di Cicerone
Così esordiva Marco Tullio Cicerone l’otto novembre del 63 a.C. davanti al Senato romano per denunciare la congiura di Lucio Sergio Catilina “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” ossia: “Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza?”. E di seguito: “Quanto a lungo ancora codesto tuo furore si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?”.
Questo fu il celebre incipit ex abrubto che segnò la fine della carriera politica e della congiura anti-senatoriale di Catilina.
Catilina aveva quel giorno inviato dei sicari ad uccidere lo stesso Cicerone, ma il piano era fallito e veniva così denunciato davanti ai senatori con uno storico discorso che prese il nome di prima catilinaria.
L’espressione, anche celebre nella versione usque tandem, è rimasta nel linguaggio italiano colto per indicare, in modo elegante, che si sta oltrepassando il limite della sopportazione e per smascherare l’ipocrisia dell’interlocutore.
giu
3
Ci vediamo a Filippi!
giugno 3, 2010 | Commenti disabilitati
Le radici di una curiosa espressione della lingua italiana
Con l’espressioni “Ci vediamo a Filippi” si intende rinviare l’interlocutore (e nella fattispecie l’avversario) ad uno scontro futuro ma decisivo, una vera e propria resa dei conti. Ancora una volta, l’origine di questo curioso modo di dire affonda le radici nella storia romana.
Dopo l’assasinio di Caio Giulio Cesare, i congiurati guidati da Bruto e Cassio, giunsero allo scontro finale con le legioni guidate dai triumviri Antonio, Lepido e Ottaviano (il futuro imperatore Augusto). La battaglia si svolse appunti a Filippi, città macedone, nel 42 a.C. e terminò con la vittoria dei triumviri e con il suicidio di Bruto e di Cassio.
Nell’opera “Vite parallele” lo storico Plutarco racconta che Bruto alla vigilia della battaglia avesse visto in sogno il fantasma di Cesare che interrogato rispose: “Sono il tuo cattivo demone, Bruto, ci rivedremo a Filippi”. La scena si ritrova in una delle scene più belle della tragedia “Giulio Cesare” di Shakespeare “thou shalt see me at Philippi” (ci rivedremo a Filippi – atto IV, scena III).
mag
18
Coram populo, casus belli, gutta cavat lapidem
maggio 18, 2010 | Commenti disabilitati
Tre locuzioni latine di uso frequente nella lingua italiana
Poiché le radici culturali e linguistiche del nostro paese e di gran parte dell’Europa centro-meridionale affondano nella cultura latina, è di grande utilità conoscere alcune espressioni latine che usate nel giusto contesto, consentono di elevare il tono della conversazione, come si addice a noi, discendenti di cotanta tradizione. Essendo il latino una lingua transnazionale, possiamo addirittura impreziosire il nostro tedesco con queste espressioni, i nostri interlocutori non potranno che apprezzare.
Come nel caso delle figure retoriche della lingua italiana, comincia con questo articolo il viaggio nell’affascinante mondo delle locuzioni latine ancora in uso nella lingua italiana.
Coram populo: tradotta con “davanti all’intero popolo“, questa espressione si usa per indicare una notizia che viene diffusa pubblicamente, davanti ad un folto pubblico di presenti, o in senso figurato, data il pasto all’opinione pubblica, proprio come i tribuni della plebe romana parlavano davanti alle folle riunite nell’età repubblicana. L’espressione ha assunto tuttavia una connotazione negativa in quanto implica una sgradita forma di divulgazione di affari riservati o una indesiderata pubblicità.
Casus belli: letteralmente la “causa della guerra“, indica il pretesto attraverso il quale una guerra viene lanciata, pretesto spesso artificiosamente precostituito. Nel linguaggio comune si utilizza questa espressione per indicare la cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso, l’evento, a volte perfino futile, che scatena un litigio, che tuttavia affonda le sue radici in motivazioni più antiche e profonde del pretesto medesimo.
Gutta cavat lapidem: tradotto “la goccia scava la pietra“, questa bellissima locuzione indica come la tenacia e la perseveranza portino a conseguire risultati in partenza inimmaginabili, come impensabile sarebbe che una misera goccia d’acqua possa intaccare la pietra. Come una sequenza ininterrotta di gocce, invece, possono scavare il più duro granito, così la volontà, se accompagnata dalla tenacia, può infrangere le più solide barriere.
apr
7
Rem tene verba sequentur!
aprile 7, 2010 | Commenti disabilitati
Un celebre motto di Catone il Censore per smascherare chi parla in maniera confusa.

Il volto severo di Catone il Censore in un busto dell'epoca romana
Di Marco Porcio Catone, detto “il Censore” (Cato Censor) o “il Vecchio” (Cato Maior) per distinguerlo dal pronipote Catone Uticense, abbiamo già raccontato in un recente articolo, di come fosse un accanito nemico di Cartagine ed un severo fustigatore dei costumi romani.
Catone era anche un maestro di retorica ed un finissimo oratore, scrisse centocinquanta orazioni alcune delle quali furono pronunciate nel senato romano determinando il corso della storia della repubblica, come appunto nel caso della terza guerra punica contro Cartagine. Cicerone stesso lo elogiò definendolo il più grande oratore romano ed il più degno di essere ascoltato.
Tra i precetti che Catone insegnava al figlio, c’era appunto quello che è divenutato un celebre motto latino, “rem tene, verba sequentur”, che si traduce in “sii padrone del concetto (rem vuol dire “cosa” in senso astratto), le parole (verba) non potranno che seguire”. Ciò esprime la consequenzialità della corretta esposizione, una volta che l’idea sia chiara, il concetto profondamente compreso, la comprensione della “res” intima.
Adesso sappiamo che potremo rispondere con Catone a chi afferma di sapere, di aver capito, ma di non trovare le parole per spiegarsi… rem tene, verba sequentur!
mar
31
Ci metto la mano sul fuoco! La leggenda di Muzio Scevola
marzo 31, 2010 | 1 Commento
Scopriamo l’origine antica di una espressione comune della lingua italiana.

Muzio Scevola davanti a Porsenna, in un dipinto di Pieter Paul Rubens
Spesso alcune espressioni utilizzate comunemente nella moderna lingua italiana affondano le radici nella tradizione culturale latina. È questo il caso della celebre espressione “mettere la mano sul fuoco”, che risale ad una leggenda romana che vede protagonista Muzio Cordo, meglio noto con il soprannome di Scevola, (Mucius Scaevola) ossia mancino, proprio per aver sacrificato il braccio destro all’allora Repubblica romana.
Nel 508 a.C. gli Etruschi al comando di Porsenna assediavano Roma per infliggerle il colpo di grazia nella guerra che vedeva contrapposte le due maggiori civiltà dell’Italia del VI secolo a.C. Essendo la città allo stremo delle forze, Muzio Scevola si offrì per effettuare una sortita nel campo nemico ed assassinare Porsenna. Dopo essersi infiltrato nell’accampamento etrusco, riusci a pugnalare quello che si rivelò essere solo lo scriba del comandante, e fu prontamente fatto prigioniero dagli Etruschi. Portato al cospetto di Porsenna, decise di mostrare all’avversario il suo eroismo e punì in maniera plateale il proprio braccio destro che aveva mancato l’obiettivo. Mise allora la mano su un braciere e non la ritirò fino a quando non fu consumata dalle fiamme.
A detta di Tito Livio, che riporta l’episodio nella sua celebre opera storiografica Ab urbe condita, il gesto di Muzio Scevola impressionò tanto gli Etruschi, da convincerli a trattare la pace con un popolo così eroico.
L’episodio è da inquadrare nella propaganda nazionalistica romana, che spesso faceva riferimento a gesti eroici di singolo patrioti per coprire momenti di difficoltà militare e giustificare in maniera onorevole l’esito di conflitti che in realtà li videro sconfitti.
Da allora l’espressione “mettere la mano sul fuoco” indica una assoluta certezza in una affermazione o nella riuscita di una impresa. Paradossalmente deriva proprio da un’episodio in cui tale sicurezza di successo si era rivelata del tutto infondata.
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