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Canta che ti passa
marzo 26, 2010 | 13 Commenti
Una guida allo studio della lingua Italiana… cantando!

Imparare l'italiano cantando
Forse non è un caso che un noto editore di testi d’italiano per stranieri abbia intitolato uno dei suoi libri “Canta che ti passa”. Il famoso detto sarebbe stato inciso da un soldato in una trincea, durante la prima guerra mondiale, per dare un po’ di coraggio ai suoi compagni.
Così se è vero che il canto ha potenzialità terapeutiche contro la paura o il cattivo umore, perché non utilizzarlo per sventare un’altra paura, quella di chi intraprende il difficile compito di imparare una lingua straniera? Sappiamo che dall’adolescenza in poi risulta sempre più difficile apprendere una nuova lingua, soprattutto perché ci si ritrova a dover combattere contro quello che Stephen Krashen, noto studioso di linguistica, ha chiamato “filtro affettivo”.
La canzone è proprio uno degli strumenti indicati per stemperare l’ansia che viene quando dobbiamo imparare qualcosa che ci sembra troppo difficile, o che proviamo quando abbiamo paura di sbagliare, perché ci rilassa, disponendoci positivamente verso l’argomento di studio.
Inoltre, se viviamo all’estero, grazie alle canzoni italiane possiamo disporre di un materiale di ascolto autentico e migliorare così la pronuncia, avvicinandoci allo stesso tempo alle diverse varietà dell’italiano contemporaneo, dallo standard al regionale, ai dialettismi, passando anche per l’italiano volgare. La canzone ci aiuterà innanzitutto ad imparare nuove strutture grammaticali ed un ritornello ben memorizzato ci potrà suggerire la parola che ci manca in una conversazione quella, per così dire, che avevamo sulla punta della lingua.
Potremmo indicare dunque un percorso di massima da seguire per chi volesse accostarsi allo studio della lingua italiana “cantando”.
Il primo passo è quello di reperire il brano musicale, adatto al nostro livello. Per i principianti sono molto utili le canzoni per bambini perché usano un lessico semplice e sono dense di ripetizioni (una delle più “studiate” per esempio è “Ci vuole un fiore” di Sergio Endrigo). Se sappiamo già con quale canzone lavorare ma non abbiamo il cd a disposizione, possiamo trovarla attraverso un motore di ricerca di video e musica, come You Tube, inserendo nel campo di ricerca, tra virgolette, il titolo o alcune delle parole più famose, prese per esempio dal ritornello.
Il secondo passo è quello di scaricare dal web il testo della nostra canzone; le parole si possono trovare sempre con un motore di ricerca generico, o sui seguenti siti specializzati in musica italiana:
www.italianissima.net
www.solotesti.altervista.org
Così, provvisti di musica e parole, intraprendiamo il primo ascolto.
Questo sarà un ascolto rilassato mirato, più che altro, alla comprensione globale del testo; possiamo ascoltare più volte, finché non saremo pronti ad iniziare la riscrittura della canzone. All’inzio – non disperiamo – butteremo giù solo alcune parole sconnesse che, dopo uno o più ascolti, potranno diventare intere frasi. Terminato questo lavoro confrontiamo il nostro testo con quello originale e, dopo averlo integrato con le frasi che non avevamo compreso, ricerchiamo sul dizionario il significato delle espressioni sconosciute. Una volta impadronitici della canzone potremmo continuare ad ascoltarla fino a memorizzarne il testo e riuscire a cantarla senza leggerlo.
Se questa attività risultasse troppo lunga e meticolosa, potremmo ricorrere ad alcuni esercizi già pronti, disponibili su internet. Di seguito ne elenchiamo alcuni, augurandoci che possano essere utili spunti per tutti i nostri lettori. Sono spesso attività mirate, come quelle di riempimento degli spazi vuoti, che vogliono fissare l’attenzione, per esempio, sull’apprendimento di alcune forme verbali. Possiamo ripassare così il tempo imperfetto con l’esercizio preso dal sito dell’Università di Toronto sulla canzone di Ivana Spagna “Dov’eri” o con Gino Paoli, “Quattro amici al bar”, guidati da Daniela Forapani.
Per praticare il condizionale utilizziamo invece “Come saprei” di Giorgia. Un altro sito ricco di canzoni già “didattizzate” è quello della Scuola d’italiano di Roma, curato da Giulia Grassi e Roberto Tartaglione. Qui, incominciando con l’Inno di Mameli, potremmo poi approfondire la Canzone Napoletana, oppure seguire dei classici come “Papaveri e papere” e “Tu vuo’fa’ l’americano”.
Un sito molto utile, anche se ancora in espansione per quanto riguarda la sezione italiana, è Lyrics Training, il quale offre un servizio che permette di visualizzare i video musicali della lingua scelta e, attraverso tre livelli differenti di difficoltà (game mode), esercitarsi a trascrivere le frasi della canzone.
Si confronti: http://www.lyricstraining.com/index.php.
Infine vorremmo consigliare un’ultima, divertente, canzone di Gaber “Lo shampoo”, la cui versione con immagini e sottotitoli è visibile su You Tube.
Buon canto!
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17
Omoteleuto, onomatopea e paronomasia
marzo 17, 2010 | Commenti disabilitati
Scopriamo altre tre figure retoriche della lingua italiana.

Onomatopea, largamente usata nei fumetti per riprodurre effetti sonori
Oggi proproniamo altre tre figure retoriche della lingua italiana i cui nomi potrebbero risultare del tutto ignoti, ma che vengono utilizzate comunemente nella lingua parlata.
Omoteleuto – figura retorica simile alla rima, ma che si incontra all’interno del verso o della frase e non alla fine. La terminazione uguale o simile riguarda parole giustapposte o poste in maniera simmetrica nella frase. Un esempio del primo caso è “Sedendo e mirando interminati spazi di là da quella” (Infinito, Leopardi), in cui i due gerundi hanno uguale terminazione e non sono classificabili come rima essendo all’interno del verso. Un esempio del secondo è “Non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere”, in cui vivere e lavorare sono poste in posizione speculare all’interno della frase.
Onomatopea – formazione di una parola che imiti un suono o evochi attraverso i propri suoni ciò che significa. Esempi sono il baubau del cane, il ticchettio, il gorgogliare. Nei fumetti viene fatto larghissimo uso di onomatopee per trasformare in parole o in verbi i suoni emessi da apparecchi meccanici o animali vari.
Paronomasia – accostamento di parole dal suono simile ma dal significato opposto, che consente di mettere in risalto tramite l’assonanza la chiara contrapposizione dei termini. Questa figura domina nei proverbri e negli scioglilingua. Esempio: “Chi non risica, non rosica”, laddove risica (rischiare) e rosica (godere) pur avendo suoni simili, hanno significati del tutto distinti.
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Tre figure retoriche della lingua italiana
marzo 3, 2010 | Commenti disabilitati
La retorica può essere meno distante di quanto si sospetti.

Cicerone, maestro di retorica, arringa il senato romano
Una figura retorica è un artificio sintattico o semplicemente un ordinamento degli elementi della frase al fine di conferire enfasi al discorso.
Scopriamo oggi tre interessanti figure retoriche il cui nome potrebbe suonare oscuro ma il cui utilizzo è più comune di quanto si pensi, anche nella lingua comunemente parlata, seppur solo in certi contesti.
Anastrofe: inversione dell’ordine abituale delle parole di un discorso. Un esempio di anastrofe con il verbo in posizione anomala al termine della frase è: “così percossa, attonita la terra al nunzio sta” (Il Cinque Maggio, Manzoni). In alcuni dialetti meridionali, per esempio in Sicilia, si ritrovano comunemente esempi di anastrofe in quanto spesso il verbo viene posto alla fine della frase, preceduto da termini che nell’ordinamento classico della orazione italiana assumono una collocazione diversa.
Anacoluto: figura sintattica consistente nel susseguirsi, in uno stesso periodo, di due diversi costrutti, dei quali il primo rimane incompiuto. Esempio: “quelli che muoiono, bisogna pregare Iddio per loro” (I Promessi Sposi, Cap. XXXV, Manzoni). In alcuni dialetti toscani l’anacoluto compare frequentemente in combinazione con le forme impersonali “Noi da queste parti, si fa quel che si può”.
Tautologia: forma viziosa del discorso costituita da una proposizione in cui il predicato non aggiunge nulla a quanto espresso già di per sé dal soggetto. Un simpatico esempio di tautologia è la celebre frase di Totò “La serva serve”, in cui la tautologia si manifesta nel significato del verbo servire come essere alle dipendenze, e la comicità ha il sopravvento nel significato di essere di utilità al raggiungimento di ben altro scopo…
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Lernen & Genießen Italienisch
febbraio 1, 2010 | Commenti disabilitati
Un interessante ed originale corso di Italiano di base.
State cercando un regalo da fare ad un amico o ad un collega tedesco che ha delle nozioni di Italiano? In tal caso vorremmo segnalarvi un corso di Italiano di base decisamente diverso all’interno del panorama editoriale dei classici corsi di lingua, “Lernen & Genießen Italienisch. Der etwas andere Sprachkurs”, dell’autrice italo-tedesca Susanne Godon, pubblicato dalla casa editrice PONS – Ernst Klett Verlag Stuttgart.
Il libro è un vero invito alla lettura e al godimento delle immagini, attraverso le quali si scopre un’Italia affascinante e poco nota, con luoghi come i sassi di Matera, i trulli di Alberobello o il Parco Nazionale del Pollino. Per ogni stagione dell’anno vengono proposti temi come viaggiare, stile di vita, acquisti e famiglia, offrendo descrizioni su angoli particolari d’Italia o su temi particolari, quali caffè, agriturismo o tartufi. Come esempio val la pena citare la pagina della Primavera a tema “Kultur & Unterhaltung”, dedicata al Calendimaggio di Assisi, festa medievale che si tiene appunto in Primavera.
Guidati da stupende foto di angoli del nostro Paese, si ha quasi la sensazione di sfogliare una rivista. E con sorprendente naturalezza si imparano parole nuove della lingua italiana e si approfondiscono le conoscenze grammaticali di base.

Una delle colorate pagine interne del libro
In forma di stuzzichini l’autrice offre dialoghi, glossari, riquadri con consigli utili, tipo dove trovare i mercatini a Roma, e numerose spiegazioni su temi grammaticali e sulla pronuncia italiana. Alla fine di ogni stagione-capitolo c’è la possibilità di fare dei piccoli test in forma di giochi ed esercizi per verificare il livello di apprendimento raggiunto. Il corso contiene anche un CD con tutti i vocaboli ed i dialoghi da ascoltare.
Un libro insomma che trasmette l’amore e l’entusiamo per il Belpaese.
Susanne Godon è autrice di numerosi libri di grammatica italiana di base, ed ha lavorato come redattrice e traduttrice per la PONS, anche nell’ambito della redazione di vocabolari. Per maggiori informazioni è possibile contattare Susanne al seguente indirizzo email: godon.susi@t-online.de
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Su qui e su qua l’accento non va!
gennaio 15, 2010 | 1 Commento
Approfondiamo insieme una regola della grammatica italiana.

Qui, Quo, Qua (in tedesco Tick, Trick und Track)
Gli accenti nella moderna lingua italiana si dividono in due categorie:
- accento grave, simbolo grafico calente da sinistra a destra, suono vocalico aperto, possibile per tutte le vocali (à, è, ì, ò, ù);
- accento acuto, simbolo grafico crescente verso destra, suono vocalico chiuso, possibile solo per é e per ó.
L’accento circonflesso (â, ê, î, ô, û) è invece caduto in disuso nella moderna ortografia.
L’uso dell’accento è obbligatorio in una serie di casi nei quali la sua assenza determina un errore ortografico, mentre è in certi altri casi facoltativo e dipende dal contesto in cui la parola è inserita. Tipici casi di accento facoltativo riguardano quelle parole la cui pronuncia può essere dubbia, o quando una parola assume due differenti significati quando l’accento viene posto su una sillaba piuttosto che su un’altra. Come esempio si pensi alle parole àncora (accessorio di una nave) ed ancóra (attualmente, tuttora).
Il difficile tuttavia è conoscere la corretta ortografia per quanto riguarda l’utilizzo dell’accento acuto o grave. Proviamo a fare chiarezza con una prima annotazione utile: per le parole accentate sulla vocale finale, solo le vocali “e” ed “o” hanno sia la variante acuta, sia quella grave. Pertanto non ci sono dubbi sul fatto che parole come già, città, papà, bensì, più richiedano l’accento grave. Leggi tutto »
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Apòcope o elisione?
gennaio 2, 2010 | 2 Commenti
Un’occhiata ad uno dei tema meno noti della grammatica Italiana.

Allegoria della Grammatica - Tratto dal codice Hortus Deliciarum
Con il termine apòcope si indica la caduta di una vocale (apòcope vocalica) o una di sillaba (apòcope sillabica) alla fine di una parola. Un sinonimo di apocope è troncamento.
Esempi di apocope (o troncamento):
- gran è l’apocope sillabica di grande;
- espressioni come man mano, fior fiore, ben bene sono esempi di apocope vocalica delle parole mano, fiore e bene.
Caratteristica distintiva dell’apocope è di non richiedere l’apostrofo, come gli esempi sopra riportati testimoniano.
Eccezione:
In pochi casi l’apocope esige invece l’apostrofo che però deve essere separato da uno spazio dalla parola successiva:
Esempi di apocope apostrofata:
- un po’ di grammatica in cui poco subisce l’apocope sillabica. L’apostrofo è obbligatorio e deve essere seguito da uno spazio;
- va’ pensiero! in cui l’imperativo del verbo andare (vai) viene troncato;
- be’ allora… in cui la parola bene viene troncata.
Con il termine elisione si indica invece la caduta della vocale finale di una parola davanti ad un’altra parola che inizia con una vocale o con la lettera “h”, che, come noto, in italiano è afona. L’elisione richiede sempre l’apostrofo e non viene mai separata da spazi dalla parola successiva.
Esempi:
- L’elisione deriva da “la elisione” in cui la “a” dell’articolo determinativo è caduta;
- senz’altro è l’elisione di “senza altro”.
Come si vede, parole troncate o elise nella lingua italiana ricorrono con grande frequenza. Adesso che conosciamo anche la regola grammaticale possiam fare (apocope) un gran figurone (apocope) in un’aulica (elisione) conversazione!
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