set
30
#18: Leggere il Topolino in tedesco
settembre 30, 2010 | Commenti disabilitati
Un piacere che riporta magicamente indietro nel tempo.
Nei miei primi anni a Monaco ho profuso il massimo sforzo per imparare quella che io (ma forse soltanto io) percepisco come una lingua bella e melodiosa, specie se condita dalle musicali accentazioni bavaresi. Ero in particolare affamato di letture di ogni genere. Anche se le specifiche parole mi sfuggivano come un’amante vezzosa, il senso generale mi si schiariva di giorno in giorno. Mi piaceva soprattutto bighellonare nelle librerie e nelle edicole, magari quelle delle stazioni della Sbahn nella pausa delle coincideze. Riviste sportive, di arredamento, di giardinaggio, tutto meritava di essere sfogliato, accrescendo a volte il mio entusiasmo, a volte la mia frustrazione linguistica.
Mi capitava spesso (e mi capita tuttora) di dover trascorrere una decina di minuti ad Ostbahnhof per attendere le mie conicidenze. Ed è lì nell’edicola che un giorno, attratto da una forza quasi magnetica, mi sono imbattutto nella versione tedesca del Topolino. Quanti anni saranno passati, maledizione? Erano gli anni settanta, andavo la domenica mattina in una bottega di fumetti usati a comprare i vecchi giornaletti, mi piacevano in particolare i cosiddetti almanacchi mensili che erano tutti densi di storie dato che le normali edizioni di Topolino contenevano anche pubblicità e rubriche commerciali. Mi piaceva completare le annate e poi a casa incasellare il pezzo mancante nello scaffale, non prima di aver riguardato le altre copertine, tra uno Zio Paperone Mumble Mumble ed una Paperavventura.
Ed adesso sono qui, decenni di vita incrostati addosso, ma riprendere in mano quei volumetti mi da un’emozione improvvisa ed insospettabile. Apro, sfoglio e scopro che… oddio qui c’è Onkel Donald e Onkel Dagobert! Riconosco anche la mano del disegnatore, anzi sfogliando i diversi numeri scopro che i disegnatori sono quasi tutti italiani e le storie sono proprio quelle che leggevo io, che affiorano prepotenti dalle nebbie della mia memoria. Giorgio Cavezzano e Romano Scarpa, non avevo visto i loro morbidi tratti forse per tre decenni.
Compro un numero in cui le storie dei paperi sono prevalenti, io amo quelle, e corro a casa. Ceno di fretta e mi metto a letto. Apro il giornaletto e mi ritrovo in quella che un tempo era Paperopoli, ed ora è il mondo fatato di Entenhausen. La prima storia la conosco, zio Paperino riceve in eredità una villa misteriosa dove scopre i trucchi di quello che sarà Paperinik (da adesso Phantomias). Inizio a leggere con emozione, stasera sono davvero felice!
MERAVIGLIOSO!
set
26
#17: I colleghi in Tracht in ufficio
settembre 26, 2010 | Commenti disabilitati
Un piacere che ci accompagna per un paio di settimane all’anno.
La prima volta che venni a Monaco, tanti anni fa, fu per l’addio al celibato di un amico italiano che aveva deciso di trascorre un ultimo fine-settimana all’insegna della spensieratezza a Monaco. Partimmo da Milano di venerdì pomeriggio in macchina e tornammo la domenica sera. Di quel weekend di metà settembre mi rimangono tanti ricordi e, soprattutto, la prima presa di coscienza che il mio posto sarebbe stato qui.
Tra le scoperte più bizzarre di quella volta, ci fu quella degli abiti tipici dell’Oktoberfest, che in seguito scoprii chiamarsi Dirndl e Lederhose, in una parola generica (non escusivamente bavarese) Tracht, che vuol dire abito storico o tradizionale. Certo ne avevo visto già di simili in Sardegna o in Abruzzo, ma erano rigorosamente confinati entro manifestazioni folcloriche, e di certo non appartenevano alla quotidianità.
Anni dopo cominciava la mia esperienza lavorativa a Monaco, fatta inizialmente di meeting, di presentazioni, di riunioni con clienti e colleghi di varie nazionalità. Quel giorno avevo una riunione a metà tra il tecnico ed il commerciale a cui dovevano partecipare potenziali partner asiatici. Il mio stupore quando i dirigenti del mio dipartimento si presentarono con il Lederhose e le signore in Dirndl fu paralizzante… “Ma come??? Questa è roba da festa paesana, tutt’al più da sfilata domenicale di gruppi di canto e ballo popolare, di certo buona per la Wiesn ma qui ci giochiamo il futuro dell’azienda, maledizione!“.
Loro invece con i bei faccioni rubicondi, come se i Maß della giornata li avessero già buttati giù a colazione, occhi scintillanti di felicità come bambini vestiti per andare alla prima festicciola di carnevale, fecero il loro ingresso trionfale nella sala riunioni. Gli ospiti orientali sorridevano con malcelato stupore ma, in ossequio alla loro educazione orientale, mai avrebbero espresso disappunto o fastidio. La seduta fu celebrata in un clima per me quasi surreale, come potevano pensare di conferire la necessaria credibilità ai nostri prodotto vestiti così come se fossero nella fattoria di nonna Papera?
Di quel potenziale partner non se ne seppe più nulla. Ma io da allora ho preso ad amare questa sorta di spensieratezza bavarese, questo piacere della festa e delle proprie tradizioni, ammiro queste donne e questi uomini che vanno al lavoro così agghindati e si trovano a proprio agio a ricevere i clienti, io non lo farò mai, ma solo perché questa tradizione non mi appartiene. Però devo ammetterlo, starei ore in uffico a guardare i miei colleghi, felice di essere qui con loro nella mia diversità.
MERAVIGLIOSO!
set
23
#16: Una giornata di sole dopo dieci di pioggia
settembre 23, 2010 | Commenti disabilitati
Un piacere metereologico raro ma godibilissimo.
Il piacere più intenso è dato dal fruimento di un bene spirituale raro, a cui non ci si è assuefatti o abituati.
Nei miei lunghi anni di vita in questa splendida città mitteleuropea ho spesso sentito i miei amici italiani lamentarsi del clima, specie quelli che portano nella memoria estati assolate trascorse sulle spiagge, e da inverni miti con i cappottini leggeri e spesso lasciati aperti. Ho provato a disputare la questione ma ne sono sempre uscito sconfitto. Le estati di Milano, roventi di calura e cariche di umidità, nelle quali neanche una nuvola promette ristoro seppur temporaneo, sono per molti comunque meglio di quelle piovose che qui abbiamo conosciuto. In effetti negli anni mi è toccato constatare che in Agosto piove. Parecchio. Anche per dieci giorni di seguito senza un attimo di tregua, che pare di essere nella stagione dei Monsoni. Ma io sono tranqullo perché so che quel momento arriverà.
Mi corico e nel silenzio sento la pioggia che tamburella sul tetto della mia mansarda, come ieri o come il giorno prima, e quello prima ancora. Il ticchettio mi rilassa e mi addormento sereno e speranzoso. Mi risveglio naturalmente, la luce filtra intensa attraverso la mia tenda di cotone pesante color porpora. Il mio primo pensiero e quello di guardare quella porzione di tenda che nasconde il pezzo di cielo che si affaccia tra le palazzine circostanti. E lì la porpora è chiarissima, tendente al celestino, è arrivato il sole.
Mi alzo, apro la tenda, esco sul mio balconcino in legno e guardo: il cielo è serenissimo, azzurro, terso, pulito, trasparente, compatto, nessuna macchia bianca si scorge a vista d’uomo. È arrivato il momento di godere della mia giornata di sole, bellissima perché rara, e non importa se dovrò lavorare o fare spese, se potrò andare in bici o a correre lungo il fiume, oggi so che sarò felice.
MERAVIGLIOSO!
set
9
#15: Pane, burro e…
settembre 9, 2010 | Commenti disabilitati
Il piacere di cenare “freddo”
Cenare prima delle 19:00? A base di pane, burro, cetrioli e affettato? Senza l’amata pasta al pomodoro? Ma quando mai?!! Questa sarebbe stata la mia reazione alcuni anni fa.
Poi, le cose nel tempo cambiano, così come le abitudini, perché si sa, per vivere in una cultura diversa dalla propria (e non solo sopravvivere) bisogna “adattarsi”; cosa significa veramente il tanto predicato adattamento culturale? Acquisire gesti e consuetudini nuove, mettendo da parte (!) quello che pensavamo fosse consolidato da una vita e quindi anche ovvio. Comprese le nostre tanto amate abitudini di mangiare “caldo” due volte al giorno e lasciare pane e companatici all’ora della merenda o al picnic.
Ed ecco che si scopre cosí uno dei più autentici ma soprattutto pratici aspetti della vita tedesca: la sera, dopo una giornata di lavoro, invece di “spignattare”, affannarsi a preparare un piatto secondo i crismi della cucina italiana (che ammettiamolo, per noi italiani è la cucina per eccellenza!), si fa “semplicemente” il brotzeit (letteralmente: tempo del pane) o, come viene definito nel nord della Germania, l’abendbrot (il pane della sera). La preparazione è tanto semplice quanto il concetto ma racchiude comunque qualcosa di “gemütlich”, di intimo, di rilassante. Pane – rigorosamente nero, burro, wurst (il nostro affettato, e per favore non si pensi alla coppa o alla mortadella!; al massimo prosciutto cotto), pomodori, formaggio, cetrioli sott’aceto, rafano (il celebre quanto per gli stranieri misterioso Meerrettich), ravanelli, insomma „quello che c’è in casa!“ sento dire dai tedeschi.
Non ci sono regole precise, a sentire loro, nonostante ciò il brotzeit è quasi un rito che caratterizza lo stile di vita teutonico.
Provate gente… provate!
MERAVIGLIOSO!
set
8
#14: Festeggiare una vittoria sulla Leopoldstraße
settembre 8, 2010 | Commenti disabilitati
Un piacere forse irripetibile ma almeno una volta intensamente goduto.
Ci sono eventi che trascendono il loro significato originario, che abbandonano la loro dimensione, sportiva o ludica che sia, per assurgere a simbolo di una rinascita.
Ero a Monaco già da tanti anni, avevo ormai da tempo superato la fase di transizione, quel necessario adattamento a ritmi ed a gesti diversi. Non mi ero mai sentito escluso né in alcuno modo discriminato, ero solo diverso, italiano a modo mio tra i tedeschi, dove la diversità era ed è un valore positivo.
Con i miei amici avevamo visto le partite del Mondiale 2006, tutti insieme, in vari bar e locali non italiani, ci eravamo allegramente mischiati a tifosi e spettatori di altre provenienze. Il bello era che si poteva gioire, lamentarsi abbracciarsi ed intristirsi senza dover subire improperi ed intimidazioni da parte di altri gruppi, come invece avveniva in Italia allo stadio, specie in trasferta. Il gran giorno, quello della sfida calcistica con i nostri ospiti, l’avevamo vissuto in un grosso locale nella zona di Ostbahnhof, strapieno fino a scoppiare di tedeschi che volevano sbrazzarsi della fastidiosa concorrenza ed appropriarsi simbolicamente del Gardasee e degli “Spaghetti bolognese“. L’Italia del calcio invece dominava e vinceva in casa altrui ed il nostro boato riecheggiava nell’assordante silenzio degli sconfitti.
Fu quella prima passerella sulla Leopoldstraße la più bella, gelato da Gino ed abbracci con conoscenti intravisti in qualche raduno di connazionali, che sembravano quella sera amici d’infanzia. Certo, ne sarebbe seguita un’altra a breve, quella definitiva e trionfale, ma quella sera del sette Luglio 2006 accadde qualcosa di raro che a Milano non mi era mai capitato di vedere. Un’intera comunità festante sulla Leopoldstraße, irridente ed inebriata, che sfilava tra due ali di tedeschi mortificati ma inerti, quasi storditi forse, ma mai sfiorati dalla perversa tentazione di reagire con violenza. Le nostre amiche tedesche con le loro divise nazionali accettavano di dipingersi il tricolore sulle guance e partecipavano della nostra gioia, conoscere un italiano quella sera divenne improvvisamente di moda.
Capii che era qui che volevo stare, in un posto in cui perdere voleva dire congratularsi il vincitore, magari a denti stretti sì, ma senza desiderare di pestarlo, e mi sentii felice.
MERAVIGLIOSO!
set
1
#13: Camminare in casa a piedi nudi
settembre 1, 2010 | 1 Commento
Un piacere semplice ma fino ad ora ignoto.
Alle idee semplici si arriva con difficoltà, questo è risaputo. E delle consolidate abitudini non ci si libera in un attimo, lo sanno tutti. Eppure quando si afferra un’idea semplice che modifica un comportamento consolidato a favore di un altro soprendentemente più vantaggioso, il piacere è subito intenso e riconoscibile, quasi come un’illuminazione, una rinascita.
Sono cresciuto in un bell’appartamento altoborghese, con lucenti pavimenti in marmo, dalla fredda eleganza ma rappresentativi di uno status che all’epoca aveva una sua rilevanza. E fredda era anche la sensazione che si provava a camminare a piedi nudi. Mi veniva ripetuto fino alla noia di non andare in giro senza scarpe o pantofole, quasi l’essere scalzi fosse una delle peggiori infrazioni domestiche immaginabili. Ho sempre diligentemente applicato la regola, non ho mai camminato in casa a piedi nudi se non per brevissimi e furtivi tratti. Mai avrei immaginato che non solo io, ma anche i rispettabili ospiti della famiglia in visita serale potessero aggirarsi senza le loro rigide suole e i loro eleganti tacchi che li elevavano sul gelido marmo.
Giunse il momento in cui visitai la mia prima casa tedesca. Avevo già notato nel mio condominio le scarpe degli altri inquilini lasciate fuori dalla porta, ma pensavo più ad una mancanza di spazio e bollavo quella come tipica sciatteria domestica di questo popolo invece così ordinato fuori in pubblico.
Ma mentre mi apprestavo ad entrare emozionato e curioso nell’appartamentino monolocale della mia dolce amica Anja, al quale approdavamo quella sera dopo un lungo girovagare per i bar del paese e lunghe schermaglie preparatorie, la sua sfacciata richiesta mi colpì come un ceffone sul viso… “potresti toglieri le scarpe e lasciarle fuori, bitte?“. “Ma come?“, pensai, “davvero come nei film in cui gli amanti lasciano una traccia di indumenti frettolosamente svestiti che conduce dritto all’alcova??“. Ma subito mi si gelò il sangue… “che calzini avrò messo, mica quelli vecchi ed un po’ sdruciti, spero? Dannazione, adesso non ricordo proprio, devo affrontare il rischio e sperare che tutto fili liscio, domani per prima cosa getto via tutte le calze vecchie, lo giuro!“. Dovetti eseguire il dolce ma fermo ordine ricevuto, non c’era possibilità di negoziazione, ma mi sentivo più nudo di un verme, quasi privato della mia dignità umana, un uomo senza scarpe perde il suo fascino e la sua baldanza. Da subito, mentre mi aggiravo sulla moquette dei suoi trenta metri quadri, iniziavo a percepire un curioso senso di familiarità con la dolce Frau Anja, come se ci conoscessimo da sempre, io e lei.
Quel giorno nacqui, si accese una luce nella mia mente in cui interruttore neanche sapevo esistesse. Adesso arrivo a casa, tolgo le scarpe già in ascensore, le getto malamente fuori dalla porta, non ho più pantofole da indossare, cammino libero sul mio parquet come un animale selvatico nella sua savana, e sono felice.
MERAVIGLIOSO!
ago
26
#12: Ordinare al ristorante bavarese per gli ospiti italiani
agosto 26, 2010 | Commenti disabilitati
Un piacere cinico e per questo intensissimo.
Ho preparato tutto da tempo, meticolosamente, ho effettuato diversi sopraluoghi sulla scena, ho provato in prima persona svariate soluzioni, sono pronto alla recita e ferocemente determinato al mio successo.
I miei ospiti da Milano sono giunti per fare da inconsapevoli comparse alla mia rappresentazione. Li ho convinti subito e facilmente a pranzare in uno delle tipiche Gasthaus locali, sono caduti nella mia trappola docili, convinti di provare una nuova emozionante esperienza, e così sarà… ma soprattutto per me.
Il momento è arrivato, entriamo nel locale, la scenografia è smaccatamente bavarese, così come serve per impressionarli. Ci accomodiamo attorno ad una tavola riccamente decorata con ogni possibile ammennicolo a tema. Si dia inizio alle danze! I miei ingenui commensali aprono timorosi i menù alieni, dai pittoreschi quanto indecifrabili caratteri gotici, tocca a me, posso entrare sul palco, comincia la recita, maledizione, indietro non si torna.
Comincio in tutta calma a tradurre la carta del giorno, non importa essere fedeli, posso barare a mio piacimento, non mi scopriranno mai. I cibi che non conosco vengono così vilmente descritti che nessuno si azzarderebbe ad provare simili intrugli… “per carità! ma come fanno a mangiare così!“. I miei spettatori vengono subdolamente indirizzati verso universi pienamente esplorati… Sauerbraten, Schnitzel, Knödel, Ente… non sono forse questi i piatti tipici?
La cameriera arriva, grassoccia e rosea, fasciata nel suo Dirndl che ne esalta le forme rubiconde, è lei la mia spalla necessaria e deve collaborare, altrimenti saranno guai, per me e per lei. Ordinare le bevande serve solo ad aprire le schermaglie, ma è solo un prologo che aiuta a fare salire la tensione, mi disimpegno sovrano ma la sfida è ancora troppo poco stimolante per un asso del mio calibro, sulle bevanda non è possibile sbagliare.
Adesso il gioco si fa duro, bisogna ordinare il cibo, tu non devi tradirmi, oh cameriera rosea e grassocia, non fare domande inutili, non opporti al mio strapotere linguistico, aspetto da troppo questo momento, attenta a te… gli occhi del pubblico sono puntati sul primattore, il riflettore si accende, è il mio momento, divo o comparsa si decide adesso e per varrà per l’eternità.
Tutto fila liscio, lei è stata brava, un piccolo momento di tensione si è subito stemperato, saranno i Rotblaukraut ad accompagnare l’anatra, poi ritira i menù e si avvia verso la cucina. È tutto finito.
Mi volto a ricevere il mio applauso, gli occhi dei miei spettatori brillano di ammirazione, le loro bocche sorridono di approvazione, uno mi dice: “ma allora ti sei davvero integrato!“. Non rispondo, non serve, un ghigno di sufficienza mi taglia la faccia, mi appoggio allo schienale della mia sedia, ed il mondo scompare, sono libero e volo, il mio petto si gonfia e decollo tronfio di boria, sono un uccello che si alza più in alto del sole, sono una boa e galleggio felice sull’oceano della mia vanità.
MERAVIGLIOSO!
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