mar
31
Ci metto la mano sul fuoco! La leggenda di Muzio Scevola
marzo 31, 2010 | 1 Commento
Scopriamo l’origine antica di una espressione comune della lingua italiana.

Muzio Scevola davanti a Porsenna, in un dipinto di Pieter Paul Rubens
Spesso alcune espressioni utilizzate comunemente nella moderna lingua italiana affondano le radici nella tradizione culturale latina. È questo il caso della celebre espressione “mettere la mano sul fuoco”, che risale ad una leggenda romana che vede protagonista Muzio Cordo, meglio noto con il soprannome di Scevola, (Mucius Scaevola) ossia mancino, proprio per aver sacrificato il braccio destro all’allora Repubblica romana.
Nel 508 a.C. gli Etruschi al comando di Porsenna assediavano Roma per infliggerle il colpo di grazia nella guerra che vedeva contrapposte le due maggiori civiltà dell’Italia del VI secolo a.C. Essendo la città allo stremo delle forze, Muzio Scevola si offrì per effettuare una sortita nel campo nemico ed assassinare Porsenna. Dopo essersi infiltrato nell’accampamento etrusco, riusci a pugnalare quello che si rivelò essere solo lo scriba del comandante, e fu prontamente fatto prigioniero dagli Etruschi. Portato al cospetto di Porsenna, decise di mostrare all’avversario il suo eroismo e punì in maniera plateale il proprio braccio destro che aveva mancato l’obiettivo. Mise allora la mano su un braciere e non la ritirò fino a quando non fu consumata dalle fiamme.
A detta di Tito Livio, che riporta l’episodio nella sua celebre opera storiografica Ab urbe condita, il gesto di Muzio Scevola impressionò tanto gli Etruschi, da convincerli a trattare la pace con un popolo così eroico.
L’episodio è da inquadrare nella propaganda nazionalistica romana, che spesso faceva riferimento a gesti eroici di singolo patrioti per coprire momenti di difficoltà militare e giustificare in maniera onorevole l’esito di conflitti che in realtà li videro sconfitti.
Da allora l’espressione “mettere la mano sul fuoco” indica una assoluta certezza in una affermazione o nella riuscita di una impresa. Paradossalmente deriva proprio da un’episodio in cui tale sicurezza di successo si era rivelata del tutto infondata.
mar
30
I cinque parametri di variazione della linguistica italiana
marzo 30, 2010 | Commenti disabilitati
Come si studiano i cambiamenti di una lingua.

Le regole di variazione della lingua spiegate in modo semplice
Spesso nei corsi di lingua, sui libri o sui giornali, si fa riferimento al cosiddetto “italiano standard”. Si tratta tuttavia di una entità astratta in quanto una lingua viene profondamente influenzata da un certo numero di fattori. La linguistica è la scienza che si occupa di studiare questi fattori in maniera sistematica.
Cinque sono in linguistica i parametri di variazione che vengono studiati, e che qui val la pena di esaminare brevemente.
Diacronia: variazione della lingua nel tempo. Il primo fattore che influenza una lingua è naturalmente l’epoca in cui le strutture grammaticali e lessicali vengono considerate. La lingua al tempo di Dante, quella al tempo del Manzoni e l’italiano dei nostri giorni sono come noto cose indubitabilmente diverse.
Diatopia: variazione della lingua a secondo della regione in cui viene parlata. Senza necessariamente deviare in un dialetto, la lingua italiana assume connotazioni tipiche in termini di accento e modalità di uso dei tempi dei verbi, frequenza di utilizzo di alcuni vocaboli, ordine degli elementi della frase, fattori questi che dipendono dalla zona geografica in considerazione. A volte persino a distanza di pochi chilometri è possibile rilevare marcate differenze linguistiche.
Diastratia: variazione della lingua a seconda dello status sociale. La nascita di gerghi giovanili è un fenomeno noto a tutti, così come l’utilizzo di espressioni limitate a gruppi tecnici all’interno per esempio di una stessa azienda. La differenza espressive tra appartenenti a ceti sociali più o meno colti ricade pienamente sotto questo parametro descrittivo.
Diafasia: variazione della lingua a seconda della situazione in cui ha luogo la comunicazione. Una comunicazione familiare informale ed una dissertazione scientifica davanti ad un pubblico qualificato sono esempi di variazione diafasica.
Diamesia: variazione della lingua a seconda del mezzo usato per trasmettere il messaggio. Come noto la lingua parlata e quella scritta possono essere notevolmente diverse. La stessa lingua scritta si diversifica pesantemente a seconda che il mezzo utilizzato sia un giornale a tiratura nazionale oppure un messaggio SMS scambiato tra studenti (circostanza che aggiunge una variazione diastratica a quella diamesica).
mar
29
Italiano si scrive maiuscolo o minuscolo?
marzo 29, 2010 | Commenti disabilitati
Facciamo chiarezza tra la regola tedesca e quella italiana.

Scopriamo tutto della regola grammaticale delle maiuscole
Come noto in tedesco tutti i sostantivi vanno scritti con la iniziale maiuscola, sia che si tratti di oggetti concreti, sia di verbi sostantivati o di entità astratte che fungono da sostantivo.
In italiano non è così. Ecco l’elenco dei casi che in italiano prevedono obbligatoriamente la scrittura con la lettera maiuscola.
Nomi propri (e cognomi) di persona: per esempio Mario Rossi.
Nomi geografici di città, regioni, nazioni, monti, fiumi, laghi: per esempio Milano, Abruzzo, Germania, Monte Bianco, Tevere, Mare Mediterraneo, Lago Maggiore. Questa è tuttavia la regola più flessibile dato che è anche possibile scrivere mar Mediterraneo, oceano Pacifico, in quanto nella fattispecie solo Mediterraneo e Pacifico risultano nomi propri.
Sigle e acronimi: per esempio USA, ONU, ACI.
Nomi di popoli: gli Italiani, i Tedeschi. Attenzione, questa norma è consigliata ma non obbligatoria, è anche possibile scrivere “gli italiani” ed “i tedeschi”, mentre è obbligatorio scrivere in minuscolo l’aggettivo corrispondente (la lingua italiana, il popolo tedesco).
Qualsiasi parola segua un punto fermo interrogativo o esclamativo.
La prima lettera del titolo di un’opera: La divina commedia, I promessi sposi. Tuttavia in alcuni (rari) casi prevale l’enfasi e ciascuna parola dell’opera viene scritta in maiuscolo (La Divina Commedia), ma di norma ciò non accade con titoli di film, canzoni o libri (La dolce vita, Nel blu dipinto di blu).
Titoli nobiliari, cariche pubbliche di persone quando a queste ci si rivolge: vostra Maestà, signor Presidente.
Il nome di Dio nei sistemi monoteisti.
La persona a cui ci si rivolge, i pronomi possissivi e personali a questa riferiti, solo nel caso in cui si usi la forma di cortesia alla terza persona singolare in una corrispondeza formale: Lei, il Suo reclamo, La informiamo, vorremmo rivolgerLe una supplica. Questo vale anche per i titoli abbreviati Sig., Cav., Prof. solo se seguiti dal nome proprio della persona.
E i nomi delle lingue? Ebbene, vanno scritti in minuscolo, ossia l’italiano ed il tedesco!
Si noti che le righe del precedente elenco cominciano sempre con una lettera maiuscola perché al finale della frase precendete è stato apposto un punto fisso. Nel caso fosse apposto un punto e virgola, la riga successiva dovrebbe iniziare con una lettera minuscola.
Per curiosità diciamo anche che il tedesco, l’italiano, l’inglese e le altre lingue europee sono bilineari, ossia prevedono l’utilizzo di caratteri scritti di dimensioni e forma differenti (basti pensare alla notevole differenza in cirillico). Il giapponese invece non prevede i caratteri maiuscoli se non per i nomi stranieri.
mar
26
Canta che ti passa
marzo 26, 2010 | 13 Commenti
Una guida allo studio della lingua Italiana… cantando!

Imparare l'italiano cantando
Forse non è un caso che un noto editore di testi d’italiano per stranieri abbia intitolato uno dei suoi libri “Canta che ti passa”. Il famoso detto sarebbe stato inciso da un soldato in una trincea, durante la prima guerra mondiale, per dare un po’ di coraggio ai suoi compagni.
Così se è vero che il canto ha potenzialità terapeutiche contro la paura o il cattivo umore, perché non utilizzarlo per sventare un’altra paura, quella di chi intraprende il difficile compito di imparare una lingua straniera? Sappiamo che dall’adolescenza in poi risulta sempre più difficile apprendere una nuova lingua, soprattutto perché ci si ritrova a dover combattere contro quello che Stephen Krashen, noto studioso di linguistica, ha chiamato “filtro affettivo”.
La canzone è proprio uno degli strumenti indicati per stemperare l’ansia che viene quando dobbiamo imparare qualcosa che ci sembra troppo difficile, o che proviamo quando abbiamo paura di sbagliare, perché ci rilassa, disponendoci positivamente verso l’argomento di studio.
Inoltre, se viviamo all’estero, grazie alle canzoni italiane possiamo disporre di un materiale di ascolto autentico e migliorare così la pronuncia, avvicinandoci allo stesso tempo alle diverse varietà dell’italiano contemporaneo, dallo standard al regionale, ai dialettismi, passando anche per l’italiano volgare. La canzone ci aiuterà innanzitutto ad imparare nuove strutture grammaticali ed un ritornello ben memorizzato ci potrà suggerire la parola che ci manca in una conversazione quella, per così dire, che avevamo sulla punta della lingua.
Potremmo indicare dunque un percorso di massima da seguire per chi volesse accostarsi allo studio della lingua italiana “cantando”.
Il primo passo è quello di reperire il brano musicale, adatto al nostro livello. Per i principianti sono molto utili le canzoni per bambini perché usano un lessico semplice e sono dense di ripetizioni (una delle più “studiate” per esempio è “Ci vuole un fiore” di Sergio Endrigo). Se sappiamo già con quale canzone lavorare ma non abbiamo il cd a disposizione, possiamo trovarla attraverso un motore di ricerca di video e musica, come You Tube, inserendo nel campo di ricerca, tra virgolette, il titolo o alcune delle parole più famose, prese per esempio dal ritornello.
Il secondo passo è quello di scaricare dal web il testo della nostra canzone; le parole si possono trovare sempre con un motore di ricerca generico, o sui seguenti siti specializzati in musica italiana:
www.italianissima.net
www.solotesti.altervista.org
Così, provvisti di musica e parole, intraprendiamo il primo ascolto.
Questo sarà un ascolto rilassato mirato, più che altro, alla comprensione globale del testo; possiamo ascoltare più volte, finché non saremo pronti ad iniziare la riscrittura della canzone. All’inzio – non disperiamo – butteremo giù solo alcune parole sconnesse che, dopo uno o più ascolti, potranno diventare intere frasi. Terminato questo lavoro confrontiamo il nostro testo con quello originale e, dopo averlo integrato con le frasi che non avevamo compreso, ricerchiamo sul dizionario il significato delle espressioni sconosciute. Una volta impadronitici della canzone potremmo continuare ad ascoltarla fino a memorizzarne il testo e riuscire a cantarla senza leggerlo.
Se questa attività risultasse troppo lunga e meticolosa, potremmo ricorrere ad alcuni esercizi già pronti, disponibili su internet. Di seguito ne elenchiamo alcuni, augurandoci che possano essere utili spunti per tutti i nostri lettori. Sono spesso attività mirate, come quelle di riempimento degli spazi vuoti, che vogliono fissare l’attenzione, per esempio, sull’apprendimento di alcune forme verbali. Possiamo ripassare così il tempo imperfetto con l’esercizio preso dal sito dell’Università di Toronto sulla canzone di Ivana Spagna “Dov’eri” o con Gino Paoli, “Quattro amici al bar”, guidati da Daniela Forapani.
Per praticare il condizionale utilizziamo invece “Come saprei” di Giorgia. Un altro sito ricco di canzoni già “didattizzate” è quello della Scuola d’italiano di Roma, curato da Giulia Grassi e Roberto Tartaglione. Qui, incominciando con l’Inno di Mameli, potremmo poi approfondire la Canzone Napoletana, oppure seguire dei classici come “Papaveri e papere” e “Tu vuo’fa’ l’americano”.
Un sito molto utile, anche se ancora in espansione per quanto riguarda la sezione italiana, è Lyrics Training, il quale offre un servizio che permette di visualizzare i video musicali della lingua scelta e, attraverso tre livelli differenti di difficoltà (game mode), esercitarsi a trascrivere le frasi della canzone.
Si confronti: http://www.lyricstraining.com/index.php.
Infine vorremmo consigliare un’ultima, divertente, canzone di Gaber “Lo shampoo”, la cui versione con immagini e sottotitoli è visibile su You Tube.
Buon canto!
mar
25
Rassegna cinematografica Con gli occhi di lei
marzo 25, 2010 | Commenti disabilitati
Angela di Ballarò.

Angela, il film di Roberta Torre
L’Istituto Italiano di Cultura di Monaco organizza per la serata di oggi, 25 marzo alle ore 19 la proiezione del film Angela, per la regia di Roberta Torre, interpretato dagli attori Donatella Finocchiaro, Andrea di Stefano, Maria Pupella , Erasmo Lobello, Matteo Gulino.
Angela racconta la storia di una donna e della sua solitudine in una società in cui le regole sono scritte dagli uomini. Roberta Torre raffigura l’affresco di un mondo maschile, in cui i protagonisti, spietati e indifesi allo stesso tempo, devono spesso rinunciare ai loro sentimenti più veri.
Angela, nata in una famiglia di onesti lavoratori a Ballarò (il quartiere del mercato di Palermo), è attratta dal lusso, dalle moto di grossa cilindrata e dal gusto per il rischio. A vent’anni sposa Saro e con lui condivide una vita fatta di traffico di droga e guadagni facili e si mette contro la sua famiglia. Quando conosce Masino, pensa che sia uno sbirro ma, una volta che lui è diventato il braccio destro di suo marito, tra i due nasce un’attrazione irresistibile e tormentata. Ma nel loro mondo le regole sono scritte dagli uomini che sono assai spesso costretti a rinunciare ai propri sentimenti.
Cosa dice la critica:
”Il cinema si addensa attorno a un nome di donna, per mettere a fuoco un solo volto. Angela è una di quelle creature che si illuminano, di cui ci si innamora lentamente. Il film si apre a mano a mano che si chiude su di lei. Angela, la gazza, è una bambina che ruba la luce perché terrorizzata dal buio: c’è una scena in cui mentre lei si porta al collo una collana, una dissolvenza inghiotte tutto, fino a che rimane solo il brillio delle pietre a riverberare sulla superficie, ancora un attimo, quando lei è già sparita sul fondo. Questo nero sgranato, pieno di luccichii come plancton sul mare: il cinema resta come un bacio prolungato sulla superficie della fotografia”. (Silvia Colombo, ‘Duel’, 1 luglio 2002)”Donatella Finocchiaro, debuttante molto bella, è l’interprete di un ritratto femminile efficace e inconsueto (…) Il film di Roberta Torre, già autrice di ‘Tano da morire’ e ‘Sud Side Story’ è uno dei più interessanti, appassionati e stilisticamente raffinati che si siano visti nell’ultimo tempo”. (Lietta Tornabuoni, ‘La Stampa’, 8 novembre 2002)”Il cinema di Roberta Torre centra la sensualità arcana di questo mondo distorto, mentre la sua cinepresa a mano, amante del primo piano, cerca il documento, le modalità delle relazioni, la quotidiana delittuosità. Angela (l’eccezionale esordiente Finocchiaro) si lascia coinvolgere dalla passione per un picciotto del marito, che nell’ultima mezz’ora sposta il film dal neorealismo criminale al melodramma crudele di una storia d’amore infelice. E’ la parte meno convincente”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 1 novembre 2002)”Si aspettavano forse in molti una chiusura della ‘trilogia palermitana’ altrettanto colorata e chiassosa come ‘Tano da morire’ e ‘Sud Side Stori’. E invece Roberta Torre, pur rimanendo tra i budelli e i mercati della sua straordinaria e contraddittoria città d’adozione, ha cambiato registro, entrando in quei vicoli ciechi che, per dirla con Bufalino, trasformano gli occhi come ‘persiane sigillate su uno sguardo nero che spia’. Tinto di noir, romanticamente straziato nel suo desiderio di svelare ciò che, probabilmente, non è possibile (ri)portare alla luce dell’inimitabile sole di Sicilia, il delicato film accompagna gli spettatori profani in angoli e spazi claustrofobici, in meandri silenziosi e tuttavia ardenti di passione. (…) L’emancipazione di Angela è anche la sua emancipazione dalla Sicilia. Ora dovrebbe affrancarsi pure da una cinefilia troppo rimarcata: le musiche e la struttura di ‘Angela’, infatti, tra le varie ispirazioni, hanno un debito nei confronti di ‘In the Mood for Love’ di Wong Kar-wai, sproporzionato al talento dell’autrice”. (Aldo Fittante, ‘Film Tv’, 5 novembre 2002)
Si raccomanda di verificare orari e prezzi sul sito ufficiale dell’istituto di cultura italiano:
mar
24
Le zeppole di san Giuseppe
marzo 24, 2010 | Commenti disabilitati
Una specialità pugliese per la festa del papà.

Le zeppole di san Giuseppe, dolce tipico pugliese per la festa del papà
Pubblichiamo oggi con grande piacere la lettera di una nostra lettrice, Frida di Lecce, che ci propone le zeppole di San Giuseppe, dolce tipico della festa del papà che ricorre, come noto, il 19 di Marzo.
“Gentile Redazione del Blog degli Italiani a Monaco,
Vi invio la ricetta di un dolce tradizionale che mangiamo a Lecce il giorno di San Giuseppe. Buon appetito a tutti i papà a Monaco, Italiani e Tedeschi. Ciao!
Zeppole di San Giuseppe
Ingredienti:
250g farina, 350g acqua, 65g burro o margarina, un pizzico di sale, 5-6 uova, zucchero a velo, abbondante olio per friggere e, per decorare, crema bianca pasticcera.
Preparazione:
Si mette l’acqua, il burro e il sale sul fuoco in una pentola, appena il tutto incomincia a bollire, si versa in un colpo la farina e si gira energicamente finché il composto si stacca dalle pareti, si lascia raffreddare in una ciotola e quindi si incorporano le uova, una per volta, in modo che risulti un impasto compatto (come quello del pane). È possibile aumentare o ridurre la quantità di uova secondo la grandezza.
Su carta da forno 5X5cm formare dei cerchi con la pasta e friggere in olio, girando affinché le zeppole si gonfino uniformemente, (nel friggere il buco di mezzo si deve quasi richiudere), scolare su carta assorbente, spolverare con zucchero a velo e decorare con crema pasticcera e, se disponibile, anche crema al cioccolato, giusto un ciuffo al centro. Ecco pronte le zeppole che tradizionalmente prepariamo a Lecce per la festa del papà!”
Inviateci pure le vostre ricette tradizionale tramite il nostro formulario di contatto, saremo lieti di pubblicarle!
mar
23
La farinata di ceci
marzo 23, 2010 | Commenti disabilitati
Una ricetta ligure pervenutaci dagli antichi Saraceni.

La farinata, piatto simbolo della cucina ligure
La farinata di ceci è una specialità tipica della Liguria, in particolar modo della città di Genova, dove è stata inventata circa 2.000 anni fa.
La farinata è una torta salata molto bassa preparata con ingredienti molto semplici e poveri: farina di ceci, acqua, sale ed olio.
Per quanto riguarda le origini di questo surrogato del pane, dobbiamo andare molto indietro nel tempo, addirittura al periodo dei Greci e dei Romani, quando, i soldati usavano preparare un “intruglio” di farina di ceci ed acqua che facevano poi cuocere al sole o sul proprio scudo, per sfamarsi velocemente e con poca spesa.
Il risultato era talmente nutriente, che la ricetta sopravvisse alla caduta dell’impero Romano arrivando dritta dritta al Medioevo quando veniva mangiata accompagnata con un trito di cipolle bagnate d’aceto, o con del formaggio fresco.
Proprio legata a questo periodo è la leggenda secondo la quale si racconta che la farinata, come la conosciamo oggi, sia nata nel 1284, per una pura casualità, quando Genova sconfisse Pisa nella battaglia di Meloria. Al ritorno dalla battaglia, le navi genovesi si trovarono coinvolte in una tempesta ed alcuni barili d’olio e farina di ceci si rovesciarono bagnandosi d’acqua salata. A causa della scarsità di provviste, fu recuperato tutto il possibile ed ai marinai fu servito quel miscuglio di ceci ed olio che, nel tentativo di rendere meno sgradevole, fu messo ad asciugare al sole ottenendo così una specie di frittella.
Giunti a terra, i Genovesi, decisero di migliorare la ricetta di questa frittella improvvisata, cuocendo la purea che si otteneva in forno.
Il risultato era così buono che per scherno agli sconfitti, venne chiamato l’oro di Pisa. Nel quindicesimo secolo un decreto, emesso a Genova, ne disciplinava la produzione, allora chiamata “scripilita”. Molto particolari erano i locali, chiamati “Sciamadde”, in cui si poteva gustare questa specialità insieme ad un pasto tipico ed un buon bicchiere di vino.
Clienti abituali delle Sciamadde erano in particolar modo gli artisti ed i letterati, tra cui ricordiamo Fabrizio de Andrè, il quale amava frequentare queste locande.
Ingredienti e preparazione:
1 tazza di farina di ceci
1 tazza e 1/2 di acqua
1/2 cucchiaino di sale
4 cucchiai di olio extra vergine di oliva
1 cucchiaio di rosmarino fresco tritato
La farina di ceci è composta da ceci secchi tritati finissimi e quindi ne mantiene le stesse caratteristiche: dura come un muro se non la si mette in ammollo a lungo.
Mescolare acqua e farina di ceci e lasciare in ammollo per almeno 6 ore (meglio tutta la notte) girandola ogni tanto e togliendo la schiuma che si forma in superficie. Trascorso il tempo dell’ammollo aggiungere il sale, mescolare bene e versare in una teglia in cui avrete messo i 4 cucchiai d’olio. Fate uno strato alto al max mezzo centimetro, anche meno. Cospargete la superficie con il rosmarino e fate cuocere in forno a 200° fino a quando non di sarà formata una crosticina marrone chiaro.
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