feb
26
Le ricette di Mamma Maria
febbraio 26, 2010 | 2 Commenti
Un bel libro di ricette siciliane da regalare e regalarsi.
Vorremmo proporre oggi un bel libro che richiama alla mente profumi e sapori antichi, “Mamma Maria, Familienrezepte aus Sizilien” di Cettina Vicenzino.

Cettina Vicenzino
Cettina Vicenzino, nata nel 1968 a Militello val di Catania, emigra all’età di quattro anni con la famiglia in Germania, dove, dopo anni di duro lavoro, apre un ristorante a Colonia.
Nel 2009 Cettina corona un suo sogno, pubblicando il libro “Mamma Maria, Familienrezepte aus Sizilien” con la casa editrice Christian Verlag. Il libro presenta le tradizionali ricette delle mamme siciliane, con l’intermezzo di episodi di vita familiari che aiutano a comprendere la difficile vita dell’emigrante italiano in Germania negli anni settanta ed ottanta, combattuto tra nostalgia e bisogno di lavoro.

Mamma Maria, Familienrezepte aus Sizilien
Il libro si distingue per la bellezza delle immagine e per la suggestività della veste grafica, che riporta alla mente quelle vecchie foto di famiglia che di tanto in tanto riemergono dal fondo dei cassetti, riportando alla mente ricordi ed emozioni sfumati ma dolcissimi.
Il libro è scritto in tedesco ma parla di Italia, di Sicilia, di profumi e di sapori, di atmosfere antiche e di storie vissute in terra straniera. Maggiori informazioni sul bel Blog di Cettina Vicenzino, anch’esso pieno di belle immagini di famiglia e di Sicilia.
Ulteriori dettagli sul libro sul sito della casa editrice Christian Verlag. Consigliamo anche una bella recensione dal quotidiano “La Sicilia” del 28 ottobre 2009
feb
25
Tedeschi-Italiani: così vicini eppure così lontani…
febbraio 25, 2010 | Commenti disabilitati
Incidenti interculturali

Lo scontro tra iceberg è paragonabile allo scontro tra culture
La lingua italiana, si sa, necessita normalmente di molte “più parole” che la lingua tedesca: questa differenza linguistica si riflette, senza dubbio, anche nella cultura (e vice versa): chiaccheroni, eloquenti, amanti delle conversazioni e perché no, anche dei convenevoli, gli italiani si distinguono considerevolmnte dai tedeschi: quest’ultimi sono generalmente stringenti, precisi e puntuali (non solo con l’orologio, ma anche con le parole). Soprattutto i tedeschi sono diretti… La loro franchezza può talvolta scioccare, così come lo stile indiretto di noi italiani puo’ creare forti perplessità agli occhi teutonici.
Durante i miei primi mesi di soggiorno a Monaco di Baviera ho avuto la possibilità fare esperienza diretta di questa differenza, proprio a causa (o forse dovrei dire grazie a) uno dei tanti incidenti culturali capitatomi sul posto di lavoro: una volta una collega mi ha fatto notare in maniera molto candida che in una settimana avevo indossato la stessa camicetta più di una volta. “Che vuol dire” pensai, “che metto sempre le stesse cose? Dovrei chiedere un aumento di stipendio per migliorare la varietà del guardaroba?”. No, significava solo che avevo indossato lo stesso capo più di una volta. Si trattava di una pura constatazione, diretta, forse poco accorta, ma del tutto sincera.
Prima di capire questa differenza sono trascorsi alcuni anni ed episodi simili. La mia perplessità cresceva proporzionalmenre al mio grado di offesa, non sapevo se dipendeva dalla sfortuna di incontare solo persone maleducate, o se ero semplicemente “sbagliata” per questo paese. Poi mi è stato spiegato che il tutto era normale. Perché mentire? Perché parlare alle spalle? Beh, per non offendere la sensibilità altrui, rispondevo io. Ma non è forse peggio che si parli alle spalle, senza avere la possibilità di controbattere? In quel momento ho capito anche che lo stesso disagio che io provavo di fronte a questa estrema sincerità, lo possono provare i tedeschi quando un italiano dice una cosa e agisce, o peggio, pensa diversamente.
Indorare la pillola, fare buon viso a cattivo gioco non è sempre percepito come arte diplomatica. Talvolta può essere visto come un grave atto di falsità.
Ed ecco che ci troviamo di fronte al classico “incidente culturale”: entrambi le parti avvertono un senso di disagio di fronte ad un comportamento a loro ignoto e di conseguenza lo interpretano in maniera negativa: da banali stereoptipi si formano così pericolosi pregiudizi. Negoziazioni interculurali a livello lavorativo, così come matrimoni e amicizie binazionali, in generale tutti rapporti con l’estero falliscono spesso perché non si analizzano a fondo gli incidenti culturali. Ovvero non ci si interroga a sufficienza sul “perché” una cultura agisca in modo diverso. Ci si ferma alla superficie, si analizzano comportamenti e simboli, ma non ci si chiede quali valori si nascondano dietro questi comportamenti e simboli.
Lo scontro tra culture è paragonabile allo scontro di due iceberg: il “crash” in realtà avviene alla base, dove sono situati i valori e non alla punta. Non esistono ricette magiche per evitare l’incidente culturale. Questo va vissuto fino in fondo e accettato come primo passo per conoscere autenticamente sia la cultura straniera che la propria cultura.
feb
24
Da mi basia mille
febbraio 24, 2010 | Commenti disabilitati
Da Caio Valerio Catullo ancora superbi versi d’amore.

Il bacio - F. Hayez (1859), Accademia di Brera, Milano
Della vita e dello stile di Caio Valerio Catullo abbiamo già parlato nel recente articolo Odi et amo.
Il carme qui proposto è uno dei più belli tra quelli che compongono il carme catulliano, ed è passato alla storia per la dolcezza e la passionalità dei versi: “da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera” che si traduce in: “dammi mille baci, e quindi cento, poi dammene altri mille“. Lo stile di Catullo si contraddistingue per i picchi di poeticità e per le volgari cadute di stile. Ma questa volta il poeta raggiunge senza dubbio le vette della lirica amorosa latina.
Voi, mariti e fidanzati innamorati, quando stasera tornate a casa dalle vostre amate, nell’incontrare il loro sguardo, ditele: da mi basia mille!
Leggiamo i versi originali e la traduzione italiana a cura di Salvatore Quasimodo.
“Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.”Gaius Valerius Catullus
“Viviamo, mia Lesbia, e amiamo
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.”Caio Valerio Catullo
feb
23
Scrittori contemporanei: Nanni Balestrini
febbraio 23, 2010 | Commenti disabilitati
Una serata con Nanni Balestrini.

Nanni Balestrini
L’Istituto di Cultura Italiano e la Volkshochschule di Monaco organizzano per la serata di martedì 9 Marzo al Gasteig un incontro con lo scrittore contemporaneo italiano Nanni Balestrini. L’occasione è la traduzione nel 2009 del suo famoso romanzo Tristano.
L’opera, pubblicata da Feltrinelli per la prima volta negli anni sessanta, apparve originariamente come libro “normale”. Solo dopo quattro decenni, grazie alle moderne tecniche digitali, l’autore potè attuare il suo piano originario di scomporre il testo e di farlo combinare in maniera arbitraria da un computer, mostrando così il suo carattere innovative.
Poeta e romanziere, nato a Milano il 2 luglio 1935, Balestrini vive attualmente tra Parigi e Roma. Balestrini è stato l’organizzatore e uno delle principali figure del movimento avanguardista letterario Gruppo 63, che riuniva narratori, poeti e critici d’arte come Umberto Eco, Giuseppe Pontiggia, Inge Feltrinelli.
L’esordio come narratore è nel 1966 con il citato romanzo, Tristano, che ottiene un notevole successo. Il 1968 lo vede coinvolto nel movimento giovanile di sinstra il cui carattere rivoluzionario ha influenzato la sua produzione letteraria.
La vita privata e letteraria di Balestrini è offuscata da l’incrminazione nel 1979 per associazione sovversiva e banda armata. Come molti altri intellettuali italiani dell’epoca, parte per la Francia e si rifugia a Parigi per sfuggire al mandato di cattura, dove trova lavoro come consulente per la casa editrice Gallimard. Nel 1981 si trasferisce in Provenza dove fonda un’altra casa editrice, Les Editions Maniche. Durante tutto il periodo dell’esilio francese esporrà le sue opere visive nelle maggiori gallerie d’arte di Parigi e Marsiglia. Continua inoltre a pubblicare riviste politiche e saggi di poesia. Nel 1984 arriva la definitiva assoluzione dall’accusa di terrorismo.
Balestrini è autore, tra l’altro, del ciclo di poesie della signorina Richmond e di romanzi sulle lotte politiche del ’68 e degli anni di piombo come Vogliamo tutto e Gli invisibili. Ha svolto un ruolo determinante nella nascita delle riviste di cultura Il Verri, Quindici, Alfabeta, Zoooom.
Attivo anche nel campo delle arti visive, ha esposto in numerose gallerie in Italia e all’estero e nel 1993 alla biennale di Venezia.
Si raccomanda di verificare orari e prezzi sul sito ufficiale dell’istituto di cultura italiano:
http://www.iicmonaco.esteri.it/IIC_Monaco
feb
22
Tanto gentile e tanto onesta pare
febbraio 22, 2010 | Commenti disabilitati
Dalla Vita Nova il più bel sonetto amoroso di Dante Alighieri.

Dante incontra Beatrice sul ponte della Santa Trinita, Henry Holiday, 1883
Il celeberrimo sonetto di Dante che qui riproponiamo rappresenta il culmine del Dolce Stil Novo, movimento poetico del tredicesimo secolo italiano. Attraverso la raffinata espressione di nobili pensieri e sentimenti si esalta la dolcezza e non la sofferenza, la dimensio ne contemplativa su quella passionale.
E chi meglio del Sommo Poeta poteva interpretare l’amore nella sua forma più pura? I suoi versi sono eterni, il suo sentire è il nostro sentire.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova;e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.Dante Alighieri
feb
19
E se la rivoluzione cominciasse con un’abbuffata?
febbraio 19, 2010 | Commenti disabilitati
Ribelli per caso: un film italiano sulla malasanità

Ribelli per caso, proiettato al Theatiner Filmkunst
Come alternativa al digiuno quaresimale i protagonisti di questo divertente film di produzione partenopea, in proiezione in questi giorni al Theatiner Filmkunst di Monaco, propongono una bella e rivoluzionaria abbuffata. La regia è di Vincenzo Terracciano, tra gli attori Antonio Catania, Giovanni Esposito, Renato Scarpa, Tiberio Murgia, Antonio Petrocelli, Gea Martire.
Adriano è un impiegato, Ciro un fruttivendolo, Guido un professore, Antonio un bancario, Luigi un commerciante di vini. Non hanno niente in comune, ma si trovano tutti nella stessa corsia di un pittoresco ospedale di Napoli, esattamente nella stanza 104. Tutti vengono da esperienze diverse ma il comune amore per il cibo, che per le loro condizioni di salute è diventato il frutto proibito, li ha resi amici. Nasce un’idea: organizzare una cena di sabato sera in cui mangiare senza regole. Scoperti, non rinunciano alla loro missione, anzi si barricano nella stanza rivendicando il diritto di scegliere. Si trovano così asserragliati in corsia con tanto di forze dell’ordine all’esterno. La scelta, per almeno due di loro, è: mangiare e forse morire o arrendersi.
Cosa ha detto la critica italiana all’uscita del film nel 2001: “Curiosa, divertente combinazione tra il film di denuncia sociale e la commedia di ribellione generazionale. Tra Amelio, Monicelli e Salvatores, ma invece di una nave dei disperati o di un puerto escondito c’è una corsia di ospedale dove la zingarata è una cena segreta per ritrovare l’entusiasmo che la sanità spegne. (…) Terraciano ha colto nel cast l’energia, la lieve comicità e l’equilibrio sociale della sceneggiatura. La luce fredda, laminata di Paolo Carnera suggerisce gli odori delle nostre giornate di nosocomio. Il finale, con la videocassetta della prova di colonscopia del primario, ha come sfondo uno sfumato incontro d’amore e la prospettiva della morte. Ma così è la vita”. (Silvio Danese, ‘Il Giorno’, 21 dicembre 2001).
”La prima buona idea di Terraciano e della sceneggiatrice Laura Sabatino è di assumere la gastronomia come simbolo di qualcosa d’altro. Un po’ come accadeva nel ‘Pranzo di Babette’ il cibo rappresenta la dignità e il rispetto di se stessi (…) La seconda idea è di mantenere un tono amichevole con un sottofondo serio, calibrando le note divertenti con momenti (realisticamente) tristi. La terza è di assortire un cast di bravi attori, preoccupandosi più del lavoro di gruppo che del nome di richiamo popolare. (…). (Roberto Nepoti, ‘la Repubblica’, 28 dicembre 2001)
L’idea di leggere il cibo come occasione di rivolta individuale contro la malasanità è sicuramente originale.
Si raccomanda di verificare orari e prezzi sul sito ufficiale del cinema:
http://www.munig.com/kino/kino_theatiner-filmkunst_muenchen.html
feb
18
I piatti della Quaresima
febbraio 18, 2010 | Commenti disabilitati
Il Cappon Magro ligure

Il cappon magro ligure, piatto della Quaresima
La Quaresima, come evidenzia l’etimologia latina, segna i giorni che passano dalla fine del Carnevale alla Pasqua dì Risurrezione. Quaranta è il numero che ricorre sistematicamente nella storia biblica e la Quaresima è dedicata dai Cristiani all’emulazione dei quaranta giorni di digiuno, passione e morte di Cristo.
Sin dal Medioevo però, l’obbligo maggiormente sentito era l’astinenza dai cibi più golosi. Il volgo impersonava la Quaresima con una vecchia donna ossuta e vestita di nero, che faceva gran contrasto con la figura del grosso e rubicondo Carnevale. Per costringere ad osservare il digiuno era proibito ai carnaioli di vendere carne “sotto pena di multa”. Addirittura durante il regno di Carlo Magno (VIII sec.) la trasgressione di mangiare carne era punita con la pena di morte.
Proprio questo periodo d’astensione è diventato spunto per l’invenzione di peculiarità regionali davvero caratteristiche. I dettami del calendario liturgico hanno influito sulla nostra gastronomia fin dal primo Medioevo, è da lì che deve iniziare la nostra ricerca: cereali, pesci e verdure erano cibi magri dallo status sociale debole, ma oggi proprio queste pietanze hanno aperto la strada a nuovi capitoli nella storia dell’alimentazione.
In Liguria nasce il cappon magro, ricetta tanto gustosa quanto difficile da preparare, nel Cinquecento veniva definito “biscotto farcito”: partendo da una base di pane abbrustolito aromatizzato all’olio e aceto, si sovrappongono strati di verdure e pesci di vario tipo, intervallati da strati di salsa genovese. Il nome può derivare dall’utilizzo del pesce Cappone o anche dal fatto che, essendo all’epoca considerato un piatto povero (le verdure ed il pesce erano considerati ingredienti poveri) si contrapponeva in questo modo al “grasso e opulento” Cappone (gallo castrato) consumato a Natale.
Ingredienti per 4 persone:
1 gamba di sedano
2 etti di fagiolini (cornetti) belli teneri
2 etti di patate
2 etti di carote
1 rapa rossa
gallette genovesi (o fette di pane)
1 filetto di pesce Cappone o Branzino
gamberi, muscoli, vongole
2 uova sode
olio d’oliva, aceto e sale q.b.
Per la salsa verde:
prezzemolo
acciughe salate
capperi
aglio
olio d’oliva, aceto e sale q.b.
Preparazione:
Tagliare a pezzetti e fare bollire separatamente (hanno tempi di cottura diversi): la gamba di sedano, i fagiolini (cornetti), le patate, le carote e un filetto di pesce Cappone oppure di Branzino. Condire il tutto, sempre tenendoli separati, con sale, un goccio di olio d’oliva e aceto. Prendere 4 contenitori a forma di grande bicchiere: mettere in ciascun contenitore sul fondo la “galletta genovese” imbevuta di poco aceto (tenete presente che la galletta essendo collocata in fondo al bicchiere assorbirà gradatamente l’aceto con cui avete condito le verdure – chi non dispone di “galletta genovese” può collocare in fondo al bicchiere un piccola fetta di pane). Posare poi successivamente sopra la galletta a strati una alla volta tutte le verdure, il pesce e fettine di rapa rossa e chiudere il bicchiere con una fetta di pane anch’essa imbevuta con un po’ di aceto (l’aceto nella tradizione di questa ricetta è importante perché consentiva la conservazione in un periodo in cui non esisteva ancora la refrigerazione). Lasciare per 24 ore il contenuto sotto la pressione di un piccolo peso. Dopo avere capovolto il bicchiere e averne fatto scivolare fuori il contenuto, presentare il piatto spalmando sul bordo e sopra il contenuto stesso la salsa verde che avrete preparato poco prima di servire tritando: prezzemolo, acciughe salate, capperi, aglio con aggiunta di aceto, olio e sale. Decorare in ultimo con un gambero la parte superiore e mettere intorno, dopo averli aperti, muscoli (cozze), vongole e ½ uovo sodo.
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